Policarpo Petrocchi e la Montagna Pistoiese

Policarpo Petrocchi e la Montagna Pistoiese

Castello di Cireglio (Pistoia)

La vita

Pagine in costruzione

Policarpo Giovanni Petrocchi nasce a Castello di Cireglio, sulla montagna pistoiese, il 16 marzo 1852, da Luigi e da Carolina Geri che, dopo Policarpo, ebbero un altro figlio, Francesco. I genitori - soprattutto per volontà del padre, che desiderava dare al figlio l’opportunità di condurre una vita meno misera della sua - mandano Policarpo a studiare nella città di Pistoia, presso lo zio prete Giuseppe di Francesco Petrocchi (1829-1906), in seguito priore di San Giovanni Fuorcivitas. Ma nel 1869, in seguito ad una lite con il professor Teofilo Arcangeli, Policarpo abbandona il Seminario vescovile, dove frequentava come allievo esterno - senza grandi profitti e con scarsa disciplina - il terzo anno del corso di Retorica. Tra il 1869 e il 1870 si trasferisce nel bergamasco, a Martinengo, chiamato ad insegnare italiano presso un locale collegio da Monsignor Giovanni Conti, amico di suo zio, il canonico Petrocchi. In seguito alla chiusura del collegio, va a vivere a Torino, dove prosegue la sua attività di insegnamento, presso un istituto diretto da Giovanni Lanza (molto amico di Pietro Contrucci e di Giuseppe Tigri, preti letterati e patrioti della montagna pistoiese) e, come precettore privato, presso la famiglia Avogadro di Collobianco. 

Il 1873 è, per Policarpo, l’anno del trasferimento a Milano. Viene infatti chiamato ad insegnare presso il civico Collegio Calchi Taleggi da Luigi Sailer, educatore e letterato, che prende il giovane ventunenne sotto la sua ala protettrice e che, nel 1875, gli farà avere un posto di insegnante di lettere anche presso il Collegio Militare del capoluogo lombardo. Policarpo vivrà a Milano fino al 1895, ma continua a trascorrere le ferie estive nel natio Castello di Cireglio, impegnandosi attivamente a migliorare l’aspetto esteriore del paese e le condizioni di vita dei suoi abitanti: nel 1880 fonda la Società di mutua assistenza ‘Onore e Lavoro’ (della quale offre la presidenza onoraria a Giuseppe Garibaldi) e, attraverso questa, si adopera tra l’altro per dotare Castello di una scuola, per realizzare una strada che colleghi il paese alla Via Nazionale (già Via Modenese) - arteria di comunicazione tra Pistoia e l’Emilia Romagna -, per realizzare due fontane che portino alle case l’acqua potabile. È proprio durante un suo soggiorno estivo nel pistoiese che rivede Clementina Biagini, figlia di un noto medico locale, moglie del notaio Evangelista Arcangeli, sposato senza amore; Clementina e Policarpo si erano già incontrati prima che il giovane letterato lasciasse la sua terra per andare nel nord Italia, ma il loro amore era apparso impossibile di fronte ai preparativi matrimoniali della giovane, destinata ad un uomo più anziano di lei e benestante. Ma nell’estate del 1874 (quando Clementina è divenuta madre di una bambina, Ersilia) i due giovani si rivedono, tornano ad amarsi e, da questa relazione, nascerà l’anno successivo Luigi, morto prematuramente nel 1884. Non è più possibile nascondere una relazione appassionata: Clementina lascia il marito e la figlia e raggiunge a Milano Policarpo, con il quale trascorrerà l’intera esistenza e al quale darà, dopo il primogenito, altri cinque figli. 

A Milano Petrocchi lavora intensamente, non solo come insegnante e conferenziere. Scrive e pubblica testi narrativi (del 1876 è il volume Fiori di campo, del 1887 Nei boschi incantati: ma tra queste due date si colloca anche la stesura, non completata, del romanzo Il mio paese, rimasto inedito e pubblicato solo nel 1972), raggiunge una certa notorietà traducendo in lingua corrente e fiorentineggiante l’Assommoir di Emile Zola (1880), collabora a periodici letterari (come il «Fanfulla della Domenica»), pubblica testi scolastici, saggi critici (soprattutto su Manzoni, ma anche su Dante e Goldoni), commedie (ai primi anni Ottanta risalgono La società del sor Amaddio e I Vespri). E, a partire dal 1884, inizia a pubblicare presso l’editore Treves le dispense di quello che diventerà il Nòvo dizionario universale della lingua italiana, stampato in due volumi nel 1887 e nel 1891, seguito da un’edizione scolastica (il Nòvo dizionàrio scolàstico della lingua italiana dell’uso e fuori d’uso, stampato nel 1892) e da un’edizione ridotta (il Pìccolo dizionàrio della lingua italiana, edito nel 1895): un’opera fortunata, alla quale è giustamente legata la fama del Petrocchi, che per alcuni decenni ha rappresentato uno strumento fondamentale per lo studio della nostra lingua. 

La centralità degli anni milanesi è legata non solo all’intenso lavoro letterario, ma anche alla fitta rete di relazioni che Petrocchi riesce ad intrecciare, mantenendo stretti contatti con scrittori e poeti toscani (da Renato Fucini a Giovanni Procacci, da Mario Pratesi a Ferdinando Martini), ma conoscendo e frequentando anche alcuni illustri letterati milanesi di origine o di adozione (il filologo Pio Rajna, gli scrittori Emilio De Marchi e Salvatore Farina, il critico Cesare Cantù, il linguista Isaia Graziadio Ascoli) e avendo occasione di incontrare tra gli altri Edmondo De Amicis, Luigi Capuana e Giovanni Verga. Tra i rapporti di amicizia di Policarpo, occorre ricordare anche quello, piuttosto movimentato, con Giosuè Carducci: dopo un primo incontro nel 1869, nelle stanze dell’editore Vallardi, devono essere ricordati, nella storia della loro relazione, almeno il soggiorno di Carducci a Castello di Cireglio nell’estate del 1882, il violento scontro avvenuto a Roma nel 1895 (Policarpo aveva osato attaccare duramente Francesco Crispi, uomo politico ammirato invece da Carducci: sembra che in quell’occasione il vate della Terza Italia minacciasse il suo interlocutore addirittura con un coltello, prima di definirlo «Un Toscanello che s’è fatto manzoniano a Milano»), l’ultimo incontro bolognese del gennaio 1902, con un tentativo, non completamente riuscito, di riavvicinamento reciproco. Anche lo scontro con Carducci - come quello avvenuto, negli anni di Seminario, con il professor Arcangeli - testimoniano un carattere libero e difficilmente domabile, che Policarpo manifestava nel campo letterario e, ancor più, in quello politico: se Crispi rappresentava per lui un punto di riferimento negativo, non venne mai meno la sua ammirazione per Giuseppe Garibaldi (al quale nel 1892 dedicava anche l’incompiuto Garibaldi a Gavinana, ricordo della visita pistoiese del Generale, avvenuta nel luglio del 1867); fondamentalmente repubblicano e anticlericale, ma permeabile anche ad idee socialisteggianti, Petrocchi non nascondeva il suo rispetto per Casa Savoia e, soprattutto, per Vittorio Emanuele II che aveva avuto un ruolo importante nella nascita dell’Italia unita. 

Nel 1895 il Collegio Militare si trasferisce da Milano a Roma e anche Policarpo trasloca, con la famiglia, nella capitale. Nel 1895 pubblica Le guerre, libro contro la violenza e pacifista, con il quale vince il Premio Saccardi (colui che scriveva che «la graduale abolizione degli eserciti permanenti e la diffusione dell’istruzione e del benessere sono ormai l’unica speranza della povera razza umana» non poteva sapere che uno dei suoi figli, Guido, sarebbe morto proprio nella guerra del ‘15-‘18, guidando con il grado di capitano la sua truppa all’assalto della trincea nemica) e, pur soffrendo crescenti malesseri fisici, continua la sua attività di studio e di scrittura: pubblica tra l’altro saggi critici su Dante e la letteratura italiana delle origini (postumo, nel 1903, esce La lingua e la storia letteraria d’Italia dalle origini fino a Dante), testi scolastici, la traduzione e riduzione delle Novellette meravigliose di Giacomo Porchat, mentre continua la stesura delle schede per il Tesaurus, enciclopedia illustrata rimasta incompiuta alla lettera ‘D’. La stagione romana è caratterizzata dalla partecipazione alla vita culturale cittadina (ascolta tra l’altro una conferenza di Gabriele d’Annunzio e sul suo diario inedito annota: «La sua voce è monotona e da chierichetto»; assiste anche al ‘fiasco’ della prima rappresentazione teatrale della dannunziana Francesca da Rimini) e da un dolorosissimo lutto: il 2 dicembre 1900 muore infatti Clementina.

Nel dicembre 1901 annota nel suo diario: «Sarà quel che Dio vuole. Vorrei finire molte opere meditate da un pezzo, e che crederei utili […]. Vorrei anche prima sistemare i miei figlioli tutti. Anche a questo riguardo, fiat voluntas tua». Sente vicina la morte, tanto da profetizzare la sua dipartita all’altezza del cinquantunesimo anno, proprio come era avvenuto per suo padre («Mio padre morì a 51 anno; a 51 anno credo che pure io me ne andrò»). Ma Petrocchi non raggiungerà neppure questo traguardo. Nell’estate del 1902 si reca, come al solito, a Castello di Cireglio. Segue l’organizzazione delle festa dedicata al patrono San Rocco (da lui istituita molti anni prima) e, durante un ballo, lo raggiunge la morte fulminante. 

Ferdinando Poli ha raccontato a questo proposito: «Il 24 agosto 1902, P. Petrocchi stava dirigendo come ogni anno la festa patronale di Castello di Cireglio. Erano le 23 ed egli ballava con una signora del luogo, tale Caporali Elisa. Ella raccontò più tardi che ad un certo punto sentì che P. Petrocchi diventava pesante, che si appoggiava sempre più alle braccia di lei. Inutilmente ella cercò di sostenerlo. Il grande scrittore e filantropo seguitò a sbandare sempre più fino ad accasciarsi al suolo ai piedi di lei». Viene sepolto nel cimitero di Cireglio. Il 12 settembre 1909, nella piazza di Castello, viene inaugurato un monumento in suo onore, opera dello scultore Lorenzo Guazzini. Gli ultimi due versi dell’epigrafe recitano: «Ma niun dirà ch’ei visse poco, quando / Libero visse e sempre lavorando». 


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