Il trekking di Sa Mena è un invito a riconoscere che la miniera non è un rudere, ma un patrimonio umano e paesaggistico che continua a parlare
Certe mattine, a Montevecchio, l’aria sembra trattenere un respiro antico. Non è nostalgia: è la memoria stessa del luogo che affiora, come se il paesaggio avesse deciso di parlare. Quando sono arrivato al piazzale Rolandi, la luce di fine maggio cadeva sulle facciate della vecchia direzione mineraria con una limpidezza che non consola, ma rivela. Pur non essendo mai stato minatore, ogni volta che torno qui sento che questi luoghi mi riconoscono: forse perché da anni ne racconto la storia, e perché sostengo il lavoro di memoria che i pochi minatori rimasti portano avanti con una forza che commuove.
L’associazione Sa Mena, nata dagli ex minatori e dagli appassionati che non hanno mai smesso di appartenere a Montevecchio, ha organizzato per la XVIII Giornata Nazionale delle Miniere un trekking che è diventato, passo dopo passo, un attraversamento della storia.
Prima di mettersi in cammino, il gruppo ha ascoltato la narrazione di Sandro Garau, scrittore e ricercatore della storia mineraria. Le sue parole, precise e asciutte, hanno aperto un varco nel tempo. Accanto a lui, Ugo “Ughetto” Atzori, presidente di Sa Mena ed ex minatore, ha raccontato il lavoro nelle viscere della terra: non una spiegazione, ma una restituzione. Sotto i nostri piedi, invisibile, scorreva la mappa delle gallerie: un mondo che continua a respirare.
Il sentiero verso il cantiere Azuni attraversa un bosco rinato, ma porta con sé un’ombra che non si dissolve. Qui, il 4 maggio 1871, undici donne – tre adulte e sette bambine – morirono travolte dal crollo di un serbatoio idrico mentre riposavano nella baracca dopo ore di cernita. Facevano parte di un gruppo di circa ottanta lavoratrici: donne, ragazze, bambine che reggevano sulle spalle una parte silenziosa della miniera.
La poetessa Iride Peis, voce delle donne di miniera, non era presente. Ma le sue parole sono arrivate attraverso la lettura di Mauro Onidi, giornalista e figlio di minatore. E mentre la poesia scendeva nel silenzio del gruppo, il luogo sembrava restituire la scena, come se il paesaggio stesso ricordasse.
Il sentiero che oggi percorriamo per scelta era allora la strada quotidiana di chi scendeva verso Madama, il villaggio operaio. Un confine sociale netto, che il bosco, in quella mattina di maggio, sembrava voler ricucire.
La seconda tappa è stata il cantiere Sanna, l’ultimo aperto da Giovanni Antonio Sanna, l’imprenditore che nell’Ottocento sfidò le grandi compagnie straniere. Ugo Atzori ne ha raccontato storia e caratteristiche, aggiungendo un aneddoto significativo: Sanna volle legare il proprio nome ai tre cantieri principali, quasi a racchiudere in essi la sua visione industriale.
Nacquero così:
• Pozzo San Giovanni a Piccalinna
• Pozzo Sant’Antonio a Levante
• Pozzo Sanna, quello visitato dal gruppo
Non era vanità: era un modo per dire che la miniera, prima di essere impresa, era responsabilità.
Il bosco attraversato dal gruppo è lo stesso che negli anni Ottanta fu ferito da un incendio devastante. Oggi è tornato a crescere, avvolgendo i cantieri con una delicatezza che non cancella, ma protegge. Tra gli alberi si muovono i cervi che hanno ripopolato l’area, discendenti di quelli sopravvissuti al rogo: presenze leggere, quasi un gesto di custodia della natura verso la storia degli uomini.
Il trekking di Sa Mena non è solo un’escursione. È un modo per restituire voce ai luoghi, dignità alle storie, consapevolezza a chi li attraversa. È un invito a riconoscere che la miniera non è un rudere, ma un patrimonio umano e paesaggistico che continua a parlare.
E forse Dessì avrebbe detto che ci sono luoghi che non si visitano: si riconoscono. Montevecchio è uno di questi.
Tarcisio Agus