A Montevecchio la riscoperta di S’omu de is Oreris riporta alla luce memoria mineraria e responsabilità collettiva.
Nel corso del 2024, grazie all’intervento volontario dell’associazione Sa Mena, è stata riportata alla luce S’omu de is Oreris, una piccola struttura situata nei filoni di Sant’Antonio, a Montevecchio. L’area, caratterizzata da una cisterna di probabile età romana e da un ambiente di rifugio ottocentesco, era da tempo nascosta dalla vegetazione. La sua riscoperta offre oggi l’occasione non solo per approfondire un frammento della storia mineraria del territorio, ma anche per riflettere sul valore civile della memoria e sulla responsabilità collettiva verso i luoghi che ci hanno preceduto.
È in questo spirito che ho scelto di guardare a S’omu de is Oreris attraverso una lente che sento profondamente affine: quella di Giuseppe Dessì. Non per imitarne la voce, ma per raccoglierne l’insegnamento morale, quella capacità rara di leggere nei luoghi non solo ciò che sono stati, ma ciò che chiedono ancora a chi li abita.
Ci sono luoghi che non chiedono di essere salvati: chiedono di essere riconosciuti. S’omu de is Oreris, nascosta per anni tra i filoni di Sant’Antonio, appartiene a questa categoria silenziosa e severa. Non era scomparsa: era stata lasciata indietro. E la sua riscoperta non è un gesto tecnico, ma un gesto morale, un atto che interroga la comunità più di quanto la comunità interroghi il luogo.
Quando i volontari di Sa Mena hanno iniziato a liberarla dalla vegetazione, non hanno riportato alla luce solo una cisterna romana o una capanna ottocentesca. Hanno tolto un velo di indifferenza. Hanno restituito dignità a un frammento di paesaggio che, per decenni, aveva continuato a esistere senza essere visto, come accade alle cose che non fanno rumore ma che, proprio per questo, custodiscono una verità più profonda. La storia di S’omu de is Oreris è nota agli archeologi e ai conoscitori di Montevecchio: una cisterna di età romana, costruita con conci di scisto e coperta da una volta a botte; un punto d’acqua vitale per i minatori del II secolo d.C.; un rifugio trasformato nell’Ottocento dai pionieri delle prime ricerche moderne. Eppure, questi dati, pur importanti, non bastano a spiegare perché il luogo, oggi, ci parli con tanta forza.
La verità è che ogni comunità si misura non da ciò che costruisce, ma da ciò che è capace di non perdere. E S’omu de is Oreris è una prova discreta ma decisiva: un luogo che ci ricorda che la memoria non è un archivio, ma una responsabilità. Che ciò che ereditiamo non è un bene privato, ma un debito verso chi verrà dopo.
Dessì avrebbe colto questo punto con la sua lucidità morale. Avrebbe visto nella riscoperta non un recupero, ma una restituzione. Avrebbe scritto che Montevecchio, in quell’angolo appartato, si guarda allo specchio: e ciò che vede non è solo il passato, ma la misura della nostra capacità di custodirlo.
Oggi, la cisterna romana e la capanna dei pionieri non sono più solo pietre liberate dall’oblio: sono un invito. Un invito a riconoscere che il paesaggio non è un fondale, ma un interlocutore. Che la memoria mineraria non è un capitolo chiuso, ma una domanda aperta. E che ogni gesto di cura, anche il più piccolo, è un modo per dire che non abbiamo smesso di sentirci parte di una storia più grande di noi.
In un tempo che corre veloce e spesso dimentica, S’omu de is Oreris ci ricorda che esistono luoghi in cui il passato non è passato: è un respiro che attende di essere ascoltato.
Tarcisio Agus
Immagini di Tarcisio Agus
Cisterna romana Sa domu de Is oreris
Il gruppo dei volontari di S'omu de is Oreris