Con il suo nuovo romanzo, l'antropologa e scrittrice riporta in piazza Berardo Viola e Ignazio Silone, trasformando la memoria di Pescina in un manifesto di resistenza culturale
In Ritorno a Fontamara (Laurana - Collana Rimmel), Silvia Grossi torna in uno dei luoghi più simbolici della letteratura italiana del Novecento, trasformandolo in uno spazio di interrogazione sul presente.
Tutto comincia a Pescina, in Abruzzo, dove un uomo misterioso resta seduto per giorni su una panchina in piazza Ignazio Silone, è sotto la neve e ha con sé un cartello che pone una domanda semplice e radicale: «Che fare?». Intorno a questa presenza enigmatica – forse reale, forse simbolica, forse un’eco di Berardo Viola, il protagonista del Fontamara di Silone – si muove una piccola comunità chiamata a raccontarsi, ad ascoltare e a fare i conti con le proprie responsabilità.
Accanto a lui, una scrittrice (che sogna la presenza di Ignazio Silone), una maestra elementare e un anziano pittore cercano di comprendere quella presenza, s’interrogano su quanto sia complesso comprendere la realtà, su quanto l’epoca moderna comporti una sorta di bulimia della comunicazione, ma soprattutto si chiedono se tornerà di moda la vergogna? Tra realtà e visione, memoria letteraria e attualità, Grossi costruisce un romanzo che non riscrive Silone, ma lo tiene come punto di riferimento di un sistema valoriale, oggi, più che mai attuale.
Leggi l'intervista a Silvia Grossi a cura di Emanuela Chiriacò su LeccePrima