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Margherita

17 Febbraio 2026
Margherita
Per tutto il 2026, nel centesimo anniversario della scomparsa di Margherita di Savoia, un ricchissimo programma culturale per celebrarne il mito, abbracciando cultura e paesaggio urbano.

Con la nascita del Parco Letterario Regina Margherita e Parco Valle Lambro, La Casa della Poesia di Monza ha dato vita, in questi anni, a molteplici iniziative culturali per valorizzare la storia, la memoria e le tradizioni del territorio monzese e brianteo. Per tutto il 2026, nel centesimo anniversario della scomparsa di Margherita di Savoia, un ricchissimo programma culturale per celebrarne il mito, abbracciando cultura e paesaggio urbano. La Regina ha lasciato a Monza un’impronta indelebile, trasformando la Villa Reale nella sua residenza estiva preferita e legandosi indissolubilmente alla città e al suo Parco. 

 Margherita era colta, appassionata di libri, di musica e arte, con la passione per Lamartine e la poesia di Elisabetta Barret- Browning. Amava moltissimo i fiori che spargeva su abiti e mantelli. "L'eleganza della regina fu un premio di consolazione per gli assertori della monarchia e fu un elemento che agevolò nel tenere in piedi, uno Stato da poco costituito."

 La sua prima sfolgorante apparizione ufficiale avvenne il 22 aprile 1868, il giorno del matrimonio con il principe ereditario Umberto (1844-1900). Margherita si presentò con un "abito di faille bianco ricamato in argento, corpetto scollato e maniche corte, stretto in vita da un'alta fascia finemente lavorata. Di spalle le scendeva il mantello lungo quasi quattro metri. Ornavano il vestito margherite, rose, e fiori d'arancio; sui capelli biondi una rosa e due stelle di diamanti; al collo la superba collana di perle appartenuta alla regina Maria Adelaide. L'abito sontuoso fu fonte d'ispirazione poetica "O Margherita delle margherite", la invocò un anonimo ammiratore monzese." Passava tra le folle plaudenti “fulgida e bionda nell’adamantina luce del serto.” L'ornamento per cui diventò famosa erano le sue perle, tanto da essere chiamata la regina delle perle. In trentadue anni di matrimonio il re Umberto le regalò sedici fili di perle. Si racconta che sapeva che ogni filo di perle donato equivaleva a un suo tradimento. "I suoi abiti erano anche oggetto di contrastanti giudizi, alcuni trovavano le sue toilette di cattivo gusto, i grossi orecchini a forma di pera, il corsetto disseminato di spille e nodi di diamante, la facevano sembrare una statua votiva, il suo colore preferito era il blu zaffiro, più adatto all'arredamento di una sala che ai vestiti di una signora. Il suo gusto la portava alla magnificenza, mentre spesso l'eleganza di una grande principessa si manifesterebbe meglio in ciò che è squisito nella semplicità. Indossava abiti che la maggior parte dei sudditi non poteva permettersi. L'eleganza provinciale e chiassosa di Margherita accrebbe il fascino della regalità; era ciò che lei voleva, e seppe servirsene."

I suoi primi anni di matrimonio a Firenze e poi a Roma, passarono in ombra, ma tra l’80 e il 90, durante il periodo del regno di Umberto, la regina divenne popolare e lo fu per le ragioni eterne per cui saranno popolari sempre le regine. "La natura l'aveva favorita fino a un certo punto; le aveva dato un volto, sguardo e braccia bellissimi; ma un corpo non del tutto felice, per la poco armoniosa proporzione fra il busto e gli arti inferiori... Margherita lo sapeva e raramente si faceva cogliere in piedi. Seppe rimediarvi sorvegliando attentamente le proprie toilettes, le proprie comparse in pubblico, i gesti, i saluti, i sorrisi. Era a suo agio in carrozza o nei palchi dei teatri, seduta con graziosa maestà, nascondendo al pubblico il difetto che costituirà il tormento e la deformità di suo figlio Vittorio Emanuele III. Parlava in quel suo modo basso e rapido, tenendo le due mani appoggiate all'ombrellino e la testa un po' piegata su una spalla."

A Palazzo Pitti e al Quirinale ebbe come servitore devoto uno degli uomini più influenti a corte e per riflesso nella politica dell’epoca: il conte Panissera, diventato in vent’anni da piccolo ufficiale di artiglieria, Prefetto di Palazzo, Gran Maestro delle Cerimonie, introduttore degli ambasciatori. La dama d’onore che rimase al suo fianco dopo l’ascesa al trono e fino alla morte fu Villamarina, imparentata col conte Panissera. Villamaria possedeva un grado elevato di fidatezza e di segretezza, doti più apprezzate in una corte. Le dame di corte nominate dopo il 78 costituirono un fatto nuovo alla millenaria storia della Corte di Casa Savoia. Oltre ad avere certi requisiti araldici e politici, erano anche quasi tutte donne intelligenti e colte, donne sapienti: Pallavicini Rospigliosi, Sforza Cesarini, Massimo, le napoletane Pignatelli Strongoli Campolattaro, la siciliana Trigona, la lombarda Trotti Bentivoglio e l’unica piemontese Arborio di Gattinara.

Al Quirinale Margherita volle circondarsi di uomini con cui conversare e ragionare secondo le tradizioni delle corti più fini. Tenere un salotto è sempre stata una aspirazione di molte donne ed un successo di pochissime. Era ancora più ardua per Margherita in una città come Roma all’indomani degli anni settanta, con la dichiarata avversione di una parte della grande aristocrazia della capitale, fedele al Papa, e con la dichiarata incapacità mondana del nuovo ceto politico o accademico affluito alla capitale. In una città così era facile organizzare ogni tanto un gran ballo a corte dove "Margherita interveniva di solito alle undici di sera, accompagnata dal marito, e con abiti sfarzosi, piuttosto sovraccarica di diamanti, di perle, oltre vistosissimi diademi. Il suo trionfo ufficiale era, però, quasi sempre un monito per le rivali che da più tempo, avevano un posto nel cuore del marito. Lei amava, ed amò sempre essere alla ribalta ed amò farlo sentire e comprendere alle altre, che, anche se bellissime ed affascinanti fisicamente, dinanzi a lei, ed in sua presenza, si sentivano in soggezione ed in posizione d'ombra. Le spalle, il decolleté della regina attiravano gli sguardi ai balli, lei lo sapeva certo perché ne faceva ostentazione nei suoi ritratti ufficiali. E in questo modo si diffuse in Europa, oltre che in Italia, la fama dell'eleganza di Margherita."

Dario Guiccioli nel suo diario scrisse: “25 febbraio 1884, ballo a Corte. Folla immensa, millequattrocentoventicinque invitati. Molto caldo. Saccheggiati i buffet, le ceste di fiori, i vassoi di rinfreschi. Bellissima la Regina in abito bianco con uno splendido diadema”.

Era più difficile organizzare un salotto culturale dove la regina potesse comparire ogni settimana come una padrona di casa che riceve i suoi amici. Margherita ci riuscì, dando vita a Roma ad un circolo della regina con una posizione dominante nella vita mondana della capitale e con un certo prestigio che contribuiva a rendere presentabile il nuovo regime e il nuovo regno. Margherita aveva mirato ad avvicinare a sé e, tra loro, persone dell’aristocrazia di Roma e uomini politici del nuovo regno. L’aristocrazia romana aveva risposto debolmente all’invito della regina: di nobili romani assidui non ci fu che Francesco Nobili Vitelleschi, una specie di gran maestro dell’anglofilia mondana e politica che aveva tutta la confidenza – en tout bien et tout bonneur -della sovrana. Poi Minghetti, il filoso Mamiani e Bonghi che, a causa di un suo articolo su lla Nuova Antologia in cui invitava il re a fare più da re, gli furono chiuse le porte del Quirinale. Ebbero accesso al circolo lo storico Massari, lo scrittore veneziano Paulo Fambri, il filologo e storico palermitano Francesco Paolo Perez, il lombardo Emilio Broglio, già ministro dell’istruzione pubblica con Menabrea, il bolognese Costantino Perazzi, compagno assiduo della regina nelle escursioni alpine, Mario Tabarrini, Cesare Correnti e il barone Giuseppe Baracco, collezionista di oggetti d’arte egizia. Tutti nomi legati alla destra storica caduta nel 76 con il Ministero Minghetti, uomini che nella loro prima fase dell’attività politica, prima della crisi del 48, erano stati convinti fautori di Pio IX e del Papato liberale e di quella tendenza che fu detta neo-guelfismo.

Il circolo della regina fu sempre il centro di tutte le speranze conciliatoriste, la regina si distaccava dalle tendenze laicizzanti e anticlericali di Umberto e di suo figlio. I giovani erano assenti nei salotti del Quirinale. I frequentatori erano persone adulte: il brillante, il mondano il bout-en -train delle conversazioni era il senatore Vitelleschi, con i suoi 53 anni, gli altri della sua stessa età, o più anziani. Nessuna sovrana dell’ottocento ha avuto intorno a sé così tanti savi e così pochi ufficiali di cavalleria.

L’uomo che si distinse nei suoi salotti fu Minghetti il quale diventò, poi, il suo mentore. Aveva all’incirca sessant’anni, era piuttosto alto “di viso amabilmente severo incorniciato da due scopettoni moderati con occhi vivaci e folgoranti sotto il rilevato arco sopraccigliare”. Era considerato un bell’uomo e un oratore di grande finezza; possedeva, secondo il Castiglione, “la forma di cortegianìa più conveniente a gentiluomo”. Oltre ad andare al Quirinale la sera, per conversare nel circolo, ci andava anche al mattino nelle “horae matutinae” per incontrarsi da solo con la sovrana e farle da maestro di latino. In una lettera, datata 6 luglio 1882, Margherita gli scrive: “lo studio del latino era un mio vivo e costante desiderio, mi sembrava di vedere una porta magnifica di metallo rilucente, ma chiusa ermeticamente e con un catenaccio troppo forte per le mie mani; quanto le sono riconoscente d’avermi, con tanta pazienza e bontà, aperto quel mondo incantato”.

Nelle “Lettere fra la Regina Margherita e Marco Minghetti” il carteggio tra la sovrana e il suo mentore che documenta l’intenso rapporto intellettuale durato dal1882 al 1886, una testimonianza preziosa che offre un ritratto psicologico, oltre che intellettuale, della regina, mettendo in luce gusti, preferenze culturali, interesse per la politica. Monza era uno dei suoi luoghi preferiti dove trascorreva un lungo periodo di riposo durante i mesi estivi, con lunghe passeggiate nel parco.

LXI. A Marco Minghetti – 16 settembre 1885 Monza “Carissimo cugino e mio venerato Maestro (…..) spero bene che Lei verrà a Monza con Donna Laura, come mi aveva promesso e che potremo riavere alcune di quelle buone conversazioni, dalle quali io esco sempre con delle idee nuove e l’animo migliore! Mi sento diventare rossa nel dire che ho fatto così poco latino che non osa mandarglielo, ho però letto sempre un poco e spero che non troverà che ho fatto regressi. Il tempo è splendido, un vero settembre italiano con tutto il suo charme! Spero che quando Lei verrà avremo un tempo bello così e che potremo fare quelle camminate nel parco, ove io seguendo il suo discorso così interessante, lasciavami indietro sua moglie e la P.ssa Marcello e non ci accorgevamo di camminare presto….” 

 Antonetta Carrabs


 Regina Margherita e il Parco Valle Lambro
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Regina Margherita e il Parco Valle Lambro

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