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Francesco Mario Pagano: il Platone di Napoli

26 Maggio 2020

Giurista, filosofo, avvocato, poeta e drammaturgo, Francesco Mario Pagano fu tra i principali esponenti dell'Illuminismo napoletano e martire del 1799.

Francesco Mario Pagano: il Platone di Napoli

A cura del Centro Studi Internazionale Francesco Mario Pagano di Brienza

Francesco Mario Pagano, figlio di Tommaso e Marianna Pastore di Sicignano, nacque a Brienza l’8 dicembre del 1748, primogenito di nove figli. Nato quindi da antica e agiata famiglia del paese, F. Mario trascorse i primi anni della fanciullezza a Brienza. Nei registri degli stati d’anime del 1761 di Brienza, il Pagano è stato censito con l’appellativo di “clerico”, segno questo che era stato avviato dalla famiglia agli studi ecclesiastici frequentando le lezioni che si tenevano presso il locale convento dei Frati Minori Osservanti.

Nel 1762, a causa della morte del padre, lascia Brienza per raggiungere lo zio Nicola a Napoli, per proseguire gli studi. Si laurea giovanissimo in giurisprudenza con una tesi dal titolo “Politicum”. Nel 1768 per grave malattia dovuta agli eccessivi studi ritorna a Brienza per ripristinare la salute. Nei registri degli stati d’anime è menzionata la sua presenza nel suo paese natio anche negli anni: 1772-1774 e 1776. A 25 anni intraprese la carriera forense. Nella scelta tra l’avvocatura civile e quella criminale, la sua sensibilità lo trasse alla seconda: era più propenso a salvare la vita, che le sostanze dei cittadini. Grande fu la serietà e lo zelo del Pagano nell’esercizio dell’attività forense, nonostante la diffusa corruzione imperante nei tribunali di allora. Dopo pochi anni fu nominato professore di diritto criminale nell’Università di Napoli. 

Le lezioni del Pagano erano chiare come le sue idee; la sua cattedra si distingueva dalle altre per l’affluenza dei giovani, come egli si distingueva dagli altri professori per elevatezza di mente, per vastità di dottrina, per ampiezza di vedute. Pensatore sublime, ragionatore profondo, Pagano era il Platone di Napoli. Luigi De Medici, reggente della Vicaria, uomo molto importante del tempo, provando grande stima per Mario Pagano lo incaricò perché studiasse delle nuove leggi da applicare al sistema criminale. 

Pagano, pur non avendo bisogno di stimoli per giovare all’umanità, si accinse con fervore a questa fatica e come frutto delle sue profonde meditazioni, diede alla luce una grande opera dal titolo “Considerazioni sul processo criminale”. Altre opere giuridiche di grande rilievo sono: “Principi del codice penale”, “La teoria delle prove o logica dei probabili”. Il piano del processo criminale sviluppato con tanta finezza d’ingegno del Pagano, gli meritò gli elogi dei più celebri giureconsulti di Europa e l’onorevole menzione dall’Assemblea di Francia. Dopo questa opera il Pagano pubblicò i “Saggi Politici”, suscitando il dissenso della Chiesa e per questo fu soggetto a censura. 

Per dare tregua alle cure del foro e per riposo della mente, stanca dai pesanti studi politici, il Pagano si dedicò alla letteratura. Scrisse e pubblicò tre tragedie: Il Corradino, Il Gerbino, e Gli Esuli Tebani; scrisse una commedia dal titolo L’Emilia e un melodramma dal titolo L’Agamennone. Oltre che filosofo, giureconsulto e letterato Pagano fu anche un grande patriota e martire della rivoluzione napoletana del 1799. Fallita a Napoli la congiura giacobina del 1794, tendente a rovesciare la monarchia, Pagano assunse la difesa dei rei di Stato De Deo, Galiani e Vitaliani. La difesa di questi e di altri processati della congiura gli valsero i sospetti della regina che cominciò a pensare, fosse il Pagano nemico della monarchia. 

Bastò un banale pretesto, il dissenso professionale con un collega sostenuto dalla regina, per farlo arrestare. Rimase ingiustamente imprigionato in un orrido sotterraneo per circa tre anni. Per mancanza di prove fu messo in libertà, ma non potette più esercitare la professione di avvocato. Esiliò prima a Roma poi a Milano. Fece ritorno a Napoli quando, grazie all’intervento e l’appoggio dei francesi, capeggiati da Championnet, si proclamò la Repubblica. Su incarico del generale francese, Pagano fu nominato membro del Governo provvisorio e, di concerto con Logoteta e Cestari, ebbe il mandato di formulare il progetto di Costituzione.

 La Repubblica ebbe vita brevissima. Appoggiato dai reali inglesi, primo fra tutti Nelson e dal calabrese Fabrizio Ruffo dei duchi di Baranello, cardinale di Santa Romana Chiesa, il Borbone riconquistò il regno. I repubblicani, con sommari processi, furono mandati a morte o in esilio. Tra i 99 martiri del 1799 anche Mario Pagano. La sua esecuzione si svolse in piazza Mercato a Napoli, insieme a quella di Ignazio Ciaia e Domenico Cirillo il 29 ottobre 1799. Per nulla angosciato dalla morte, il Pagano uscendo dalla prigione, prese affettuosamente commiato dai suoi compagni, così dicendo: “Amici e patrioti addio. Di me non piangete ch’io vo’ all’incontro della vita e della libertà, e il patibolo mi è più corta scala a salir fra gli immortali. La morte inevitabile a tutti, a noi è gloriosa, e mentre ella separa gli altri amici per lunghi anni, separa noi soltanto per pochi dì e tutti ci vuol riunire e per sempre… Io non desidero vendicatori uscenti dalle nostra ossa perché non dubito in guisa alcuna del frutto copioso del sangue che noi versiamo. Forse più generazioni ancora si succederanno di vittime e di carnefici, ma l’Italia è sacra e sarà eterna”. Questo disse e varcò la soglia fatale. 

Centro Studi Internazionale Francesco Mario Pagano, 26 maggio 2020

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