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#iorestoacasa nel Parco Letterario Virgilio e rileggo i classici. Nòrico. Di Stefano Mangoni

20 Aprile 2020

#iorestoacasa nel Parco Letterario Virgilio, rileggo i classici e reagisco. Nòrico. Di Stefano Mangoni

Nel Parco Letterario Virgilio per rileggere i Classici 
Nòrico
Di Stefano Mangoni*

Il periodo che stiamo attraversando pur nelle tante difficoltà e restrizioni, rappresenta un momento nel quale si può provare a tracciare un bilancio non solo delle nostre vite ma anche della dimensione che riguarda noi tutti in rapporto con gli altri. Per fare questo ci può venire in aiuto la letteratura classica che ci descrive le pestilenze e le pandemie susseguitesi nei secoli, come il momento forse più difficile che ha attraversato l’umanità; un tema ricorrente che accompagna nel tempo episodi di letteratura di grandi autori del passato fino a giorni nostri. Dalla Bibbia, allo storico greco Tucidide, che descrive la peste di Atene, al poeta latino Lucrezio, a Omero che nell’Iliade ci descrive l’episodio del campo acheo decimato dalle peste per volere di Apollo, passando all’episodio di Norico delle Georgiche di Virgilio, per arrivare a Boccaccio e Manzoni e in epoca moderna a Defoe e Camus.

Nella scienza antica lo studio delle pestilenze si pone tendenzialmente alla base di uno studio etico e non propriamente scientifico. Il dolore, la morte e la devastazione che ci giungono dagli scritti ci descrive un dolore insopportabile e impossibile da accettare in tutta la sua cruda realtà; più facile attribuirgli dunque un senso. Il messaggio che giunge da questo scenario apocalittico è l’inadeguatezza degli sforzi umani al fine di un controllo razionale delle cose.

In questo contesto Virgilio, assoluto anticipatore dell’approccio umano alla modernità, ci affida una riflessione sul destino dell’uomo, nell’excursus finale del libro III delle Georgiche, attraverso l’episodio della peste di Norico, area corrispondente oggi ai territori dell’Austria occidentale, della Baviera orientale e della Slovenia settentrionale. Gli uomini in questo caso non sono colpiti direttamente ma subiscono in modo diretto gli effetti della pestilenza che colpisce gli animali, e che vengono descritti dal poeta come afflitti da sintomi umani: tosse, sudori, vampe di calore, perdite di sangue, rantoli.

All’interno del contesto ricco di contrasti delle Georgiche, la vicenda della peste di Norico rappresenta una delle tonalità più cupe e solleva un dubbio pesante sulla possibilità di realizzare l’ideale di felicità rappresentato nel makarismòs della vita agricola.

Hic quondam morbo caeli miseranda coorta est
tempestas totoque autumni incanduit aestu
et genus omne neci pecudum dedit, omne ferarum,
corrupitque lacus, infecit pabula tabo.
Nec via mortis erat simplex, sed, ubi ignea venis
omnibus acta sitis miseros adduxerat artus,
rursus abundabat fluidus liquor omniaque in se
ossa minutatim morbo conlapsa trahebat.

Qui un tempo per infezione del cielo nacque una stagione miserevole, e avvampò di tutto il calore del primo autunno: fece morire ogni specie di animali domestici e di fiere, infettò le pozze, impestò i pascoli di putridume. Ma non era semplice il cammino della morte; quando infuocata la sete, penetrando in tutte le vene, aveva rattrappito le misere membra, poi di contro un umore fluido prendeva a colare in abbondanza e assorbiva in sé un poco alla volta tutte le ossa sgretolate dal male. 

Virgilio si ispira per la descrizione della peste a Lucrezio, che a sua volta si era ispirato a Tucidide; caratteristica comune dei tre poeti è la descrizione scientifica che ne fanno del morbo, arricchita da dettagli estremamente realistici, dando rilievo ai macabri particolari della corruzione fisica dovuta alla peste e nel personificare la morte che si fa largo in gran numero di animali morti di ogni specie.

Virgilio raccoglie le suggestioni macabre e poetiche delle visioni di morte dei suoi predecessori, ma rielaborando il tema per spingersi oltre; la domanda che pone all’interno dell’episodio di Norico ci aiuta a comprendere: quid labor aut benefacta iuvant? (a che giovano il lavoro o i meriti?). Virgilio non inquadra la vicenda da un punto di vista razionale cercando di restituire una misura umana dignitosa di fronte al contagio e alla morte; egli denuncia invece il mancato rispetto di un tacito accordo comunemente ritenuto implicito nei rapporti fra l’uomo e la divinità: fa bene e avrai bene, gli dèi - dio - puniscono gli empi e proteggono i buoni. Si direbbe che attraverso percorsi diversi Virgilio e Lucrezio arrivino a constatare l’assoluta impossibilità di razionalizzare e giustificare la malattia e la sofferenza: né il progetto laico, «illuminista», di Lucrezio, basato sulla fede nella ragione, né il recupero da parte di Virgilio di una religiosità che sfuma dalle forme tradizionali della teologia del mito a forme filosofiche più moderne, riescono a reggere l’urto con la culpa naturae. La storia ci insegna che le grandi epidemie hanno mutato il destino dell’umanità, provocando anche svolte politiche, variazioni demografiche, o addirittura facendo crollare imperi millenari. Per quanto concerne la psiche umana, il timore di malattie e pestilenze, causa di morte, è spesso affiorato nel corso della storia ed è stato probabilmente proprio la causa della presenza del tema della peste in letterature di epoche diverse. La rilettura dei classici diventa quindi una scelta obbligata per rielaborare momenti di difficoltà come questo, perché tra le pagine dei grandi autori de I Parchi Letterari si può trovare la forza e lo stimolo di aspettare fiduciosi il tempo della ripartenza. 

Mantova, 19 aprile 2020

Stefano Mangoni 

*Cultural Project Manager
Presidente del Parco Letterario Virgilio: pascoli, campagne e condottieri a Pietole 

Riproduzione riservata © Copyright I Parchi Letterari


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