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Federico Fellini, Ernst Bernhard e il Libro dei sogni. Di Teresa Ciliberti

22 Marzo 2020

Per i 100 anni dalla nascita di Federico Fellini la Professoressa Teresa Ciliberti ci regala un articolo sul rapporto tra lo psicoterapeuta berlinese cui è dedicato il Parco Letterario di Ferramonti di Tarsia (Cs) e il grande cineasta di Rimini
Con il Patrocinio della Commissione Nazionale Italiana per l'Unesco e 

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I Parchi Letterari in collaborazione con la Società Dante Alighieri 
celebrano la
Giornata Mondiale della Poesia indetta dall’Unesco

e la
Giornata Internazionale delle Foreste istituita dalle Nazioni Unite
con il
Parco Letterario Ernst Bernhard

Per i 100 anni dalla nascita di Federico Fellini la Professoressa Teresa Ciliberti ci regala un articolo sul rapporto tra lo psicoterapeuta berlinese cui è dedicato il Parco Letterario di Ferramonti di Tarsia (Cs) e il grande cineasta  di Rimini

FEDERICO FELLINI, ERNST BERNHARD E IL LIBRO DEI SOGNI

BERNHARD e FELLINI si conobbero per un equivoco: Fellini trovò per caso(?) nella tasca di una sua giacca un bigliettino1 in cui era annotato un numero telefonico. Lo digitò pensando appartenesse a Maria, una “bella signora” conosciuta tempo addietro. Gli rispose, invece, una voce maschile con una marcata pronuncia tedesca. Era Bernhard che, dopo essersi presentato, gentilmente lo invitava nella propria abitazione a Roma, in via Gregoriana 12, interno 15. Si incontrarono. Bernhard gli spiegò che non esistono casualità, ma coincidenze. Fellini lo ascoltò con interesse e tornò più volte da Bernhard: in qualche modo il regista fu in analisi2 con lo psicoterapeuta berlinese. Non secondo una frequenza preordinata di metodo freudiano -precisa l’amico sceneggiatore G. Angelucci- bensì secondo un itinerario conoscitivo di tipo junghiano. Vale a dire una relazione umana coinvolgente analista e analizzato in un rapporto entelechiale3 improntato a serenità, per cui il rigore del trattamento terapeutico si stemperava nella affabilità dei colloqui psicologici”, che erano un dono di sconcertante libertà e responsabilità. Così mi raccontava Gianfranco Draghi che, dopo la morte di Bernhard, “accolse” Fellini in analisi. 

 Giancarlo Angelucci riferisce, inoltre, che dai Diari di Dora Friedlaender, che annotava le confidenze del marito, risulta che Fellini ricorreva a Bernhard, come ad un oracolo, con più frequenza quando si sentiva incerto e quando non sapeva prendere decisioni; oppure ne cercava la preziosa consulenza per i film in cui iconicamente si avventurava nel linguaggio specifico dell’inconscio (Otto ½, Giulietta degli spiriti).

L’emozione che Fellini provava quando saliva nell’abitazione di Bernhard in via Gregoriana, 12 era quella di salire in una mongolfiera: una esperienza emotiva che nel 1963 fissò nella scena finale di 8 ½. Durante le ore analitiche, i loro colloqui trascoloravano in relazioni amicali, diventavano una esplorazione e una scoperta di quello che più ci riguarda: il senso del sacro nella nostra vita, di ciò che dà valore a quello che siamo e che facciamo. E nel lessico junghiano-bernhardiano, sottolinea Romano Madera, sacro vuol dire, mito. L’acquisizione, la consapevolezza di tale significativa identità tra sacro e mito diventa la cifra stilistica del fare cinema di Fellini. Romano Madera in precisa, infatti, che la dimensione del mito nel cinema di Fellini “avvolge le sequenze, le sfuma, entra nella dolenzia e nell’energia del vivere quotidiano sino a trasfigurarlo: il mondo diventa favola per toccare una sua riposta verità, cioè una sorta di umanità possibile che è allusa in ogni storia”. Fellini trova interessante ciò di cui parla suadentemente l’amico analista e coglie il forte nesso psicologico tra immagini, sogni e miti: “I miti sono i sogni iniziali dei popoli, che come i nostri sogni iniziali, si realizzano nel corso dell’evoluzione” (cfr. pag. 229 della preziosa Mitobiografia di Bernhard curata da Hélène Erba-Tissot). 

La weltanschauung di Bernhard, ereticamente junghiano ed orientale, tutta fulcrata sul mutamento propizio degli eventi, sul processo entelechiale, sulle sinastrie, sui glifi zodiacali , sui mitologemi ed aperta al mondo immaginale, affascinava Fellini a tal punto che volle “divorare” i testi di Jung, per capire meglio quanto affabilmente gli comunicava Bernhard. Importantissimo, anche se parziale ed incompleto, fu l’approccio di Fellini a Jung: “Jung , che non ho letto tutto perché tanti pezzi, devo ammettere, sono proprio per iniziati, mi è sembrato l’autore, il filosofo, il pensatore e soprattutto il compagno di viaggio più pertinente per il tipo psicologico così sfumato, contraddittorio quale con disinvoltura definiamo quello dell’artista[...]. E’ stata una lettura nutriente che non pretendo di aver compiutamente interpretata ma che mi ha aiutato, mi ha chiarito, mi ha incoraggiato” (Fellini, Fare un film, pag. 91). In una intervista riferita da Enrica Colavero4, Fellini così ricorda il suo approccio conoscitivo al misterioso mondo orientale: “Quanto alla mia personale scoperta de I CHING, risale a più di trent’anni fa, e la devo ad Ernst Bernhard, lo psicologo junghiano. Quando lo andavo a trovare vedevo che ogni tanto, al di là del tavolo, lui buttava un occhio in basso, sulla destra. Pensavo fosse un tic incontrollabile. Poi una volta, forse perché non c’era luce sufficiente, ha sollevato un libro. Ed era appunto I CHING, la cui copia personale5 mi fu regalata dalla moglie dopo la sua morte”. 

La lettura di Jung (gioiosa rivelazione), l’invito a redigere un diario dei sogni su cui riflettere per coglierne il dato profetico e la consultazione dell’I Ching "con incantata curiosità permeata di fiducia, di innocente abbandono”- come sottolinea G. Angelucci- connotarono, dunque, la loro relazione amicale, per entrambi provvidenziale e stimolante. Ma quale la forza evocatrice di creatività di Bernhard in un regista come Fellini? Paolo Aite individua tale forza nella autenticità espressa da Bernhard nella vita e nel rapporto con i pazienti e gli allievi: è l’autenticità che determina l’efficacia trasformante dell’incontro con lui. In un altro passo del suo “Fare un film”, Fellini così ricorda il significato dell’incontro con Bernhard: “Ho incontrato per mia fortuna un uomo saggio e buono che senza deludermi nell’ansia di vedere in maniera fantastica i paesaggi del mondo magico ha sposato il mio punto di vista. La cosa in seguito non ha perso di fascino, ma ne ha acquistato uno meno vago ed angoscioso: guardare a queste cose non come a un mondo sconosciuto fuori di te, ma come a un mondo dentro di te. In maniera non magica, ma psicologica”. Comprendiamo da ciò come il rapporto tra i due si sia configurato come un riconoscimento reciproco: Fellini riconosce Bernhard quale “padre in senso vero”. Bernhard riconosce e fa riconoscere a Fellini la propria natura di Puer, aiutandolo a far affiorare il mitologema che sta alla base del proprio destino individuale rispetto a quello karmico, a comprendere l’importanza dei sogni e del commento-interpretazione dei sogni come via maestra per lo scandaglio interiore, per la conoscenza di sé.

 Il Libro dei sogni (Diario di sogni in coloratissimi disegni, glossati ironicamente a latere) da lui definiti “segnacci, appuntii affrettati e sgrammaticati” rappresenta per noi lettori una fonte inesauribile di consultazione per capire non solo la sua poetica , il senso cioè del fare film traducendo in immagini i sogni, ma anche per cogliere come egli con tono affabulatorio-onirico raccontava tanti episodi della sua vita.

Visitare” questo mirabile diario immaginifico a colori del proprio inconscio, è come entrare nelle stanze più segrete ed intime della creatività di Fellini, è provare gioia nello scoprire come Fellini racconta una apparizione onirica di Bernhard: “Di nuovo mi parlò del Tao e della necessità di avere un fiducioso abbandono agli aiuti insperati della Provvidenza [...]. Ho fatto I Ching e mi ha commosso l’esattezza della risposta riferita alla mia situazione psicologica e a quella riferita al film. Ho chiesto “la situazione del film” ed eccola risposta “il ristagno cessa” dice l’I Ching. EVVIVA”. E ancora, in altre pagine, accanto alla traumatica6 notizia della morte di Bernhard- 29 Giugno 1965- troviamo una testimonianza autenticamente commovente di Fellini che ribadisce il debito di riconoscenza a Bernhard: “ Ti debbo moltissimo della mia vita. Ti debbo la possibilità di continuare a vivere con momenti di gioia. Ti debbo la scoperta di una nuova dimensione di un nuovo senso di tutto, di una nuova religiosità....Grazie per sempre amico fraterno, mio vero padre. Aiutaci ancora spirito limpido, beato. Pace alla tua anima buona. Ricordati di noi, ti vogliamo tutti un bene dell’anima. Addio, addio, amico del cuore, santo uomo vero”. 

Teresina Ciliberti, 20 marzo 2020

Direttore Museo della Memoria di Ferramonti. Consulente letteraria del Parco Letterario Ernst Bernhard e del Comitato Dante Alighieri di Cosenza

note

 1 La storia del bigliettino, raccontata con tono affabulatorio dallo stesso Fellini ad Aldo Carotenuto, riportata da Mario Ganz, confermata da Tullio Kezich e riferita anche da Vittorio de Seta, in una intervista rilasciata ad Amedeo Caruso, ha del fiabesco e si configura come una “coincidenza” bernhardiana: nel 1961, durante uno dei tanti giri in macchina (una Cinquecento bianca, dove a malapena erano riusciti ad entrare perché entrambi grossi), Fellini e De Seta sostarono in un piccolo largo sopra il Tritone di fronte a via Gregoriana. Il regista Vittorio De Seta, notando che l’amico Fellini si trovava ancora in un particolare momento di “empasse creativo” e di crisi esistenziale per alcune esperienze extrasensoriali di forte impatto emotivo recentemente vissute (spiritismo ed esperimento LDS 25 sotto controllo medico), gli consigliò di rivolgersi ad un bravo psicoterapeuta, Bernhard appunto, di cui annotò il numero di telefono su un bigliettino che Fellini, distrattamente, mise in tasca. 

2 Fellini protesse sempre dalle chiacchiere il suo rapporto clinico con Bernhard. Anche con gli amici ne parlava poco. Al punto che alcuni dubitano che Fellini sia stato in analisi con Bernhard... In realtà il rapporto clinico durò quattro anni (con la frequenza di tre incontri settimanali) e i colloqui psicologici segnarono nella vita del regista una autentica Kerhe, una svolta esistenziale ed artistica: Fellini scoprìuna nuova dimensione, un nuovo senso del tutto”, il mundus imaginalis, che è oltre il sensibile... Chiuse col neorealismo ed entrò nella dimensione del sogno. E tradusse i propri sogni nelle immagini dei suoi film, soffermandosi sui sogni riguardanti il mare, simbolo dell’inconscio. 

3 L’entelécheia nell’originario significato aristotelico (Metaph.IX) indica lo stato di perfezione di un ente che, attuando il proprio essere in potenza, compie il suo telos. Bernhard riprende però la definizione del concetto da Driesch, che intende la enteléchia come “finalità immanente agli organismi e del cosmo intero” (pura forma vitale per cui i fenomeni, gli accadimenti sono immagini che sottendono una direzione, un senso che egli chiama entelécheia, nel significato anche di energia spirituale, forza animatrice) e, distinguendo tra entelechia karmica o collettiva ed entelechia individuale, sottolinea che la trasformazione dell’uomo è via individuationis, confronto tra le due entelechie, dietro le quali c’è l’Unità entelechiale superiore: il Tao, la Via, il Senso. La trasformazione del singolo, dunque, è il risultato del conflitto tra destino collettivo e destino individuale. (Mitobiografia, XXI). L’individuo, dunque, va compreso “come storia di un’immagine, come una successione di immagini, come decorso entelechiale che si rovescia, dall’interno, verso il mondo esterno, quale destino individuale”(Mitobiografia, pp.83 e 84). E l’intera storia dell’uomo è la realizzazione dell’enteléchia. 

 4 Nello studio di Fellini a via Sistina, c’era una piccola foto di Bernhard appesa sulla parete dietro la scrivania. Nel terzo cassetto in basso a sinistra e chiuso a chiave, Fellini custodiva, avvolto in un drappo di seta nera, l’I Ching, la copia storica, nella prima edizione Astrolabio, appartenuta a Bernhard e regalatagli da Dora Friedlander. Poco tempo dopo Antonello Trombadori, di ritorno da un viaggio in Cina gli portò in dono le tre monete bucate e legate tra loro con lo spago secondo il rito cinese. Fellini poté, pertanto, impratichirsi nell’arte divinatoria più compiutamente e .... a modo suo, come ricordava Draghi, come riferisce Angelucci: “leggendo ad alta voce e interpretando fantasticamente le complicate sentenze”. 

5 Elvira Colavero, Non fare un film. Fellini e il viaggio di G. Mastorna, in “Non finito, opera interrotta e modernità”  pag.636. 

6 Bernhard muore il 29 giugno mentre Fellini è ancora impegnato nelle riprese d Giulietta degli spiriti. La lavorazione del film viene sospesa per consentirgli di rendere omaggio alla salma. Questa scomparsa inaspettata era stata annunciata a Fellini da un sogno profetico, una visione ipnagogica annotata nel Libro dei sogni, il 25 giugno1965, pochi giorni prima della morte di Bernhard.


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Federico Fellini, Ernst Bernhard e il Libro dei sogni. Di Teresa Ciliberti - Foto 1Federico Fellini, Ernst Bernhard e il Libro dei sogni. Di Teresa Ciliberti - Foto 2Federico Fellini, Ernst Bernhard e il Libro dei sogni. Di Teresa Ciliberti - Foto 3Federico Fellini, Ernst Bernhard e il Libro dei sogni. Di Teresa Ciliberti - Foto 4
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