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Da Aquisgrana ad Arquà. Carlo Magno e Francesco Petrarca tra leggenda e reliquie

Da Aquisgrana ad Arquà. Carlo Magno e Francesco Petrarca tra leggenda e reliquie

Dalle lettere di Petrarca ad Aquisgrana alla storia dell’Arca di Arquà, tra memoria, desiderio e identità.

19 Aprile 2026

Nel 1333 Francesco Petrarca attraversa il Nord Europa per conto del cardinale Giovanni Colonna. È durante questo viaggio che nascono alcune delle prime lettere dei Familiares, tra cui la Fam. I, 4 e la successiva Fam. I, 5, indirizzata proprio a Colonna e datata 9 agosto 1333. Il poeta arriva a Colonia al tramonto e descrive la città come ricca e sorprendentemente civile; sulle rive del Reno osserva alcune donne che si lavano le mani e le braccia «dicendo in lingua a me ignota non so che dolcezze». Non capisce, ma percepisce un'armonia che non passa dal significato delle parole bensì dai gesti e dai suoni, come se per un attimo il mondo potesse funzionare anche senza essere compreso.

Tuttavia, pochi giorni prima, ad Aquisgrana aveva ascoltato una storia che incrina questa impressione. Nella lettera Fam. I, 4 racconta infatti una «fabellam […] non inamenam» riferitagli da un prete della cattedrale, relativa a Carlo Magno.

Il re, simbolo della “giusta dominazione”, cade in una passione totale per una muliercula. Petrarca insiste sul paradosso: «Quid est enim regnum nisi iusta ac gloriosa dominatio? Quid amor nisi turpis et iniusta servitus?». Il sovrano, che dovrebbe dominare, diventa dominato. Vive per questa donna «perdite et efflictim», trascura il regno, si lascia indebolire «eius blanditiis enervatum».

Quando la donna muore, la corte spera in un rinsavimento dell'Imperatore. Ma il distacco non avviene. Carlo fa imbalsamare il corpo, lo tiene accanto a sé, continua a rivolgergli parole e attenzioni, continuando a tralasciare la cosa pubblica.

Un vescovo, «vir iustus ac prudens», scopre infine la causa di questa condizione. Sotto la lingua del cadavere è nascosto un anello. Lo prende — «sub gelida et rigida lingua anellum invenit» — e all’improvviso tutto cambia. Carlo sembra ravvedersi, si libera dal cadavere e ne ordina la sepoltura. Ma lo smarrimento persiste. Il sovrano trasferisce il suo attaccamento sul vescovo, legandosi a lui con la stessa intensità.

Quando il vescovo, compreso il potere dell’anello, decide di liberarsene e lo getta in vicinam paludem presso Aquisgrana, la storia giunge al suo esito finale: Carlo Magno si lega irresistibilmente a quel luogo, trasferendovi la propria residenza e la corte imperiale fino alla morte, nel 814. Nel 1165 Federico Barbarossa fece riesumare il corpo per collocarlo in un sarcofago più degno, e ancora oggi le sue ossa sono conservate nel Karlsschrein, il prezioso reliquiario dorato situato nel coro della cattedrale di Aquisgrana, la cui magnificenza colpì profondamente Petrarca.

Petrarca coglie in questa fabella qualcosa che va oltre l’aneddoto. L’uomo non è padrone di sé, ma è esposto a ciò che lo attrae e desidera, passa da un vincolo a un altro senza liberarsi davvero. Dietro Carlo Magno, Petrarca intravede se stesso, quello spiritus lenis che nel Secretum non riesce a scegliere tra mondo e solitudine. Anche lui vive questa tensione: Laura è insieme luce e vincolo, «mi spoglia d’arbitrio, e dal camin de libertade / seco mi tira».

Questa instabilità non riguarda soltanto i moti interiori, ma si estende anche a ciò che appare più solido e duraturo. Lo dimostra, quasi con una sottile ironia, la sorte del suo stesso corpo dopo la morte. Francesco Petrarca morì nella notte tra il 18 e il 19 luglio 1374 ad Arquà, nei Colli Euganei, dove aveva trascorso gli ultimi anni della sua vita. Aveva cercato lì una dimora stabile, capace di raccogliere e riassumere il suo lungo cammino umano e intellettuale. Lo suggerisce lui stesso in una lettera, la XLVI delle Variarum, inviata all’amico Moggio di Parma, quando scrive: «Se solo potessi mostrarti il secondo Elicona che per te e le Muse ho allestito sui Colli Euganei, penso proprio che di lì non vorresti mai più andartene».

Nel testamento del 20 aprile 1370 aveva espresso il desiderio di una sepoltura semplice, in una piccola cappella dedicata alla Vergine accanto alla chiesa del paese. Tuttavia, dopo una prima collocazione nella chiesa parrocchiale, le sue spoglie furono trasferite nel 1380 in un sarcofago di marmo posto all’esterno.

Per circa due secoli e mezzo la tomba rimase intatta, fino alla notte del 27 maggio 1630. In quell’occasione, un gruppo di abitanti di Arquà si riunì nella casa del frate domenicano Tommaso Martinelli da Portogruaro. Dopo aver bevuto, decisero di forzare il sarcofago. Aperta una breccia, introdussero una torcia e una roncola. Il frate estrasse alcune ossa, tra cui l’omero e l’ulna destra, oltre a ossa minori della mano e del polso, distribuendone alcune ai presenti.

Il fatto fu denunciato e la Corte pretoria di Padova avviò un processo. Il fascicolo processuale, rinvenuto nel 1899 da Andrea Moschetti, documenta gli interrogatori e i dettagli del furto. Durante un sopralluogo del 23 giugno 1630, il giudice ordinò che un ragazzo fosse introdotto nel sarcofago per estrarre la tavola su cui giacevano le ossa, che furono poi esaminate su un lenzuolo e successivamente ricollocate. Questa operazione contribuì a disordinare ulteriormente i resti. Il processo si concluse il 3 gennaio 1632 con la condanna di Martinelli e del decano del paese.

Nel 1843 il conte Carlo Leoni promosse il restauro del sarcofago. Il 24 maggio, all’apertura, egli prese in mano il cranio, che risultava ben conservato ma privo della mandibola, e ne osservò tredici denti superiori. Durante quell’intervento Leoni prelevò anche una costola e un frammento di tunica. A seguito di critiche, nel 1855 le autorità del Regno Lombardo-Veneto disposero la restituzione di quanto asportato, e il 10 luglio la tomba fu riaperta per ricollocare i reperti.

Una nuova apertura avvenne il 6 dicembre 1873, in occasione delle celebrazioni petrarchesche, sotto la direzione dell’anatomista Giovanni Canestrini. Egli aveva programmato uno studio antropologico del cranio, ma riferì che, poco dopo l’apertura, il cranio si frantumò in numerosi pezzi. Nonostante ciò, riuscì a rilevare 55 misure antropometriche e a far eseguire disegni. In quell’occasione fu redatto anche un elenco delle ossa mancanti: oltre all’omero e all’ulna destra, risultavano assenti due vertebre dorsali, il coccige, una costola e numerose ossa piccole di mani e piedi.

Durante la Seconda guerra mondiale, nel 1943, per timore di bombardamenti, le ossa furono trasferite nei sotterranei del Palazzo Ducale di Venezia e successivamente riportate ad Arquà.

Il 18 novembre 2003 il sarcofago fu riaperto per studi scientifici condotti dall’Università di Padova, coordinati dal professor Vito Terribile Wiel Marin. Le analisi al radiocarbonio confermarono la compatibilità cronologica di alcune ossa con l’epoca di Petrarca, ma il DNA dei frammenti del cranio rivelò un dato inatteso: il cranio apparteneva a una donna vissuta tra il 1100 e il 1200.



Immagine:
Il Karlsschrein di Carlo Magno ad Aquisgrana e l’Arca di Francesco Petrarca ad Arquà

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