Il 24 luglio 2024 è stato inaugurato a San Terenzo-comune di Lerici, il Parco Letterario “Percy Bysshe Shelley” (Horsham-Londra, 1792-Viareggio,1822), il celebre poeta romantico inglese, morto tragicamente per annegamento l’8 luglio 1822, a soli 29 anni, sorpreso sulla sua goletta, con gli amici Edward E. William e Charles Vivian, da una improvvisa tempesta nella quale i tre navigatori perirono nelle acque della baia di San Terenzo, il cosiddetto “Golfo dei Poeti”. Giosué Carducci, presso l’urna di Percy che si trova nel cimitero acattolico, già cimitero degli inglesi o protestanti, nel rione Testaccio a Roma, ha scritto in suo onore:
“Ah, ma non ivi alcuno dè nuovi poeti mai surse,
se non tu forse, Shelley, spirito di titano,
entro virginee forme
dal divo complesso di Teti
Sofocle a volo tolse te fra gli eroici cori”.
(da “Odi Barbare”, Libro II,1877).
Un onore meritato poiché il giovane intellettuale scrisse moltissime opere importanti, tra le quali i suoi due capolavori “Il Prometeo liberato” e “ l’Adone”.
Il Parco Letterario, ideato in occasione del bicentenario dalla morte del poeta, è un percorso culturale e naturalistico che unisce idealmente Parco Shelley a San Terenzo e la cosiddetta “Pietraia” fino al Monte Rocchetta, nel cui itinerario insiste anche il giardino di Villa Magni, ultima residenza della coppia Percy e Mary Shelley.
Percy sposò in seconde nozze Mary Wollstonecraft Godwin (Londra, 1797-1851), poi Mary Shelley, il 30 dicembre 1816 presso la chiesa anglicana di St. Mildred a Londra, una moglie scrittrice, ma pure saggista e filosofa che nel resoconto del suo secondo viaggio, il Grand Tour del 1842-1943, “A zonzo per la Germania e l’Italia”, dedica un capitolo a Mantova e a Virgilio.
La scrittrice arriva a Mantova da Verona, con il figlio Percy Florence, e durante il soggiorno percepisce, con tono malinconico, il distacco tra l’anima del luogo con le sue bellezze artistiche e la Mantova militare, governata dall’esercito austriaco, che le dà la sensazione di un’atmosfera cupa, con le sentinelle ovunque e il rumore delle armi. Shelley è una sostenitrice della causa italiana, il Risorgimento, e nota l’indolenza dei mantovani che gli appaiono tristi e privi di iniziativa. Ma ella contrappone il grigiore della Mantova militare ai versi virgiliani, evocando le Georgiche e le Egloghe del sommo poeta. Mary sostiene che il popolo che ha generato Virgilio non può rimanere per sempre sotto il dominio di una potenza “barbara”. Mary esprimerà così il suo sentimento: “Sentiamo che Virgilio è il vero proprietario di queste terre; la sua ombra aleggia sul Mincio più di quanto l’aquila austriaca pesi sulle torri”.
Il legame tra Mary Shelley e Virgilio è profondo e quasi spirituale ed lei vede il paesaggio attraverso i versi del poeta mantovano. Durante la visita a Pietole, l’antica Andes patria di Virgilio, Mary vive un momento di vera e propria venerazione, descrivendo il luogo come sacro perché ha formato la sensibilità del poeta che cantava la pace dei campi, gli alberi, le acque e la bellezza della natura; descrive con fascino i laghi che circondano la città e il fiume Mincio, evocando le immagini bucoliche delle opere virgiliane. Il legame con Virgilio affondava le radici nel periodo trascorso col marito, quando insieme leggevano i versi classici ad alta voce: tornare nei luoghi virgiliani significava per lei riallacciare un dialogo, dunque, con il marito defunto e vivere una specie di pellegrinaggio poetico.
Durante la sosta nel 1942, Shelley visita poi tutti i simboli artistici principali della città. Ammira il Palazzo Ducale per l’estensione e la ricchezza artistica, riflettendo sulla potenza perduta dalla dinastia dei Gonzaga, ma denuncia il degrado delle decorazioni e degli affreschi, con le stanze vuote e i corridoi deserti che le ricordano più una prigione o un luogo di memorie perdute che una reggia, e scrive: “l’ombra del passato pesa terribilmente sul presente”.
Ella però visita il Castello di San Giorgio, dove riserva parole di ammirazione per gli affreschi di Andrea Mantegna, in particolare per la Camera degli Sposi, nonostante i segni del tempo, e rimane colpita dalla maestria tecnica e dal realismo dei ritratti della famiglia Gonzaga. Cita infine con disagio L’Appartamento dei Nani, con le stanze di proporzioni ridotte, che interpreta come una testimonianza della “crudeltà capricciosa” delle antiche corti, provando una profonda pietà per chi era costretto a vivere in quegli angusti spazi per il divertimento dei principi.
Rimane colpita a Palazzo Te dall’opera di Giulio Romano, in particolare dalla spettacolare Caduta dei Giganti, che descrive per la sua forza espressiva; in particolare ammira profondamente l’ingegno di Giulio, definendo il palazzo un capolavoro di architettura e decorazione. Descrive la Sala di Amore e Psiche, e rimane particolarmente colpita dallo stile erotico ed audace degli affreschi, definendo la camera un inno alla voluttà che rispecchia l’atmosfera di ozio del principe Federico II Gonzaga; apprezza le scene oniriche e mitologiche, con i banchetti e gli amori contrastanti, insomma un ambiente intriso di lusso e fascino sensuale adatto per i ricevimenti del principe.
Visita pure il Duomo di Mantova (Cattedrale di San Pietro) che ospita uno degli interventi architettonici più significativi di Giulio Romano, commissionato dal Cardinale Ercole Gonzaga dopo il devastante incendio dell’aprile 1545. Mary nota che la trasformazione dell’interno della chiesa a cinque navate, ispirandosi anche alla Basilica di San Pietro a Roma, riflette il rigore e la grandiosità del Manierismo giuliesco, ma definisce le decorazioni interne “fredde e senz’anima”, lamentando la mancanza di devozione religiosa, insomma giudica il Duomo un esempio di declino del gusto verso un manierismo eccessivo e privo di emozione, rispetto alla forza drammatica delle opere di Palazzo Te.
Un’altra tappa la conduce alla Basilica di Sant’Andrea, che definisce una delle chiese più nobili d’Italia, dove rimane affascinata dalla maestosità dell’opera e dall’architettura imponente di Leon Battista Alberti, e nota con rammarico come la magnificenza dell’edificio contrasti con la solitudine e il silenzio delle strade circostanti. Ella cita inoltre la presenza delle reliquie del “Preziosissimo Sangue”, osservando con distacco tipicamente inglese il fervore religioso e le tradizioni legate al luogo.
La scrittrice si sofferma su Palazzo d’Arco, dove aveva soggiornato accolta dai Conti d’Arco, che qualifica come un esempio di eleganza aristocratica mantovana che sopravvive alla decadenza generale della città, apprezzandone l’armonia architettonica e come uno dei rari luoghi in cui la nobiltà locale tentava di mantenere viva una certa dignità culturale e mondana sotto il dominio austriaco.
Nel racconto di Shelley il Cimitero degli Ebrei è uno dei passaggi più carichi di atmosfera, perché lei, da sempre affascinata dai cimiteri, luoghi centrali della sua poetica e vita personale, descrive l’antico cimitero come un luogo di estrema solitudine e di abbandono: le lapidi sommerse dall’erba e la vicinanza alle acque stagnati dei laghi di Mantova, evocano in lei riflessioni suggestive. Descrive il cimitero come un luogo silenzioso, situato fuori dalle mura cittadine, dove la natura sembrava riappropriarsi dello spazio. Il cimitero, in contrasto con la città “decaduta” e silenziosa, conservava per lei una dignità solenne e poetica: vedeva nelle lapidi un simbolo della resilienza di una città oppressa. Il legame di Mary con i cimiteri era quasi ossessivo poiché, proprio sulla tomba di sua madre a Londra, aveva dichiarato il suo amore al marito Percy Bysshe Shelley.
Mary Shelley è celebre soprattutto per aver creato “Frankenstein o il moderno Prometeo”, il primo moderno romanzo horror e di fantascienza, un capolavoro assoluto composto a 16 anni fra il 1816 e il 1817, composto a Ginevra durante una competizione letteraria con Lord Byron e il medico Polidori (il quale è interessato al “galvanismo”, teoria che ipotizza di dare vita ad una creatura assemblata con i resti di altre creature morte), dove esplora i temi dell’etica scientifica, dell’isolamento e della creazione. Grazie a questo romanzo Frankenstein è divenuto uno dei miti della letteratura perché rappresenta il sentimento delle paure umane, in quel tempo diffuso per l’avanzare dello sviluppo tecnologico, impersonificate dal mostro. Dalla pubblicazione del libro di Mary Shelle nel 1818, Frankenstein è entrato nell’immaginario collettivo, come esempio negativo, anche in ambito cinematografico dove sono stati realizzati oltre 36 film e cortometraggi legati a questa figura mostruosa.
Graziano Mangoni
Parco Letterario - Parco Museo Virgilio
Parco Letterario Shelley
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...propter aquam, tardis ingens ubi flexibus errat Mincius et tenera praetexit harundine ripas. (Georg. III, 10-15)