Il rancore è invisibile agli altri e dentro ci lavora come un uomo lavora in miniera ovvero ci corrode nelle viscere, ci tagliuzza, trita e fa saltare tutto con la sua dinamite, con la rabbia, riducendo tutto in detriti, in poltiglia di pensiero. Il livore non è ripensamento, ma è un logorio continuo senza vero confronto. Senza quel confronto che, seppur in un primo momento potrebbe sembrare stantio o in contrasto con ciò che proviamo, in seguito fermerà tutto il processo di distruzione che dentro ci lega al buio delle nostre parti.
Rapportarsi con gli altri è far entrare in noi la luce necessaria per capire che il rancore fa male solo a noi stessi, che è la musica sbagliata su cui danzare, è una musica nefasta e solitaria perché la sentiamo solo noi, anche se crediamo che agli altri essa sia manifesta. Non è così. Gli altri non la percepiscono come la percepiamo noi. Anzi non la percepiscono affatto. Non si può vivere di livore, non si dovrebbe perché il livore ci mangia e la rabbia che penetra nelle fibre e non permette di ragionare con quella nobilità, felicità di pensiero che ci dovrebbe sempre accompagnare. Non permette di discernere e ci incastra in un labirinto incanalando le nostre vite nei vicoli, negli angoli di ragionamenti sbagliati. Ci fa girare intorno al nodo che ci arrovella senza darci quella distanza necessaria a capire meglio, a discernere, a prendere l’aria giusta per riconsiderare quella determinata situazione.
Ho sempre pensato che per quanto a volte doloroso e difficile, il vero confronto debba sempre essere accolto in noi come una nuova fiamma, un fanale capace di guidarci fuori da questi acquitrini, lontano dalle marane della rabbia e del dolore, dai cattivi pensieri e dai vicoli ciechi del pensare a senso unico. Nel rancore si è soli e non si ragiona. Il rancore fa male, ingigantisce quello che vogliamo vedere senza che ci venga in mente di fare un passo indietro e vedere tutto il quadro completo anche di quegli elementi che non avevamo, dopotutto, preso in considerazione.
La rabbia è un cono di vista stretto e ristretto. È un imbuto dentro cui infiliamo un occhio solamente e la vista non potrà, così, che essere miope, a discapito dell’intelligenza. Entrano in gioco le delusioni, e tutte quelle emozioni non vagliate, non analizzate a sfalsare l’analisi generale come un caleidoscopio senza i colori, senza la bellezza della comprensione allargata. Ed è la rabbia ad allontanare le persone, creando un vuoto che sarà difficile colmare, un vuoto che a volte non recupereremo più, perché l’odio non contiene in sé il ragionamento che beneficia del dubbio, del confronto.
L’odio è anch’essa musica di morte perché dietro tutto ciò che abbiamo visto con odio spesso si celano altri punti di vista. Ed è un peccato vedere la vita, o anche delle relazioni personale con l’occhio dilatato della rabbia. Basterebbe poter girare l’angolo delle nostre convinzioni per capire che a volte abbiamo preso delle pesanti cantonate, ma la vita, lei, va avanti a discapito di questo omino che nella miniera ci rovina l’esistenza. Purtroppo a volte è anche difficile tornare indietro. La vita sfugge e il destino non aspetta, non fa regali in questo senso, le persone non sono nemmeno eterne, se è per questo.
Ginevra Sanfelice Lilli
Gennaio 2026
Immagine di Ginevra Sanfelice Lilli
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