I viaggi furono una componente importante nella vita di Francesco Petrarca e rappresentano uno dei fili conduttori della sua esperienza umana e intellettuale. Tra Provenza e Italia, attraversando i valichi alpini, le città dell’Italia comunale e signorile e le regioni del Nord Europa, il poeta si spostò per lunghi periodi, svolgendo incarichi diplomatici, coltivando relazioni culturali e seguendo interessi personali. La sua biografia si intreccia così con una geografia ampia e articolata, che riflette bene la rete di rapporti dell’Europa del tempo.
Petrarca si interroga spesso sul senso stesso del viaggiare: non è solo movimento nello spazio, ma anche un cammino interiore .
Nelle Familiares Petrarca osserva che molti percorrono il mondo senza conoscere davvero se stessi. Una considerazione che nasce dall’esperienza personale e chiarisce bene il suo pensiero: il viaggio può restare qualcosa di superficiale se non diventa anche occasione di riflessione su di sé. Cresciuto tra Avignone e la Provenza, nell’ambiente della corte papale, Petrarca entra presto in contatto con uomini di cultura, ambasciatori e mercanti. Intraprende lunghi percorsi in Francia, in Italia e oltre le Alpi. Visita Roma, simbolo della grandezza dell’antichità classica, dove l’8 aprile 1341 viene incoronato poeta all’alloro sul Campidoglio, evento solenne che sancisce la sua fama europea e il riconoscimento della cultura classica; soggiorna a Milano presso i Visconti; raggiunge le Fiandre e la Germania per incarichi diplomatici. Mantiene anche un legame costante con la terra d’origine: nel 1364 rientra in Casentino, in una delle sue ultime visite in Toscana, e nelle lettere ricorda con affetto il paesaggio aretino.
Un valore simbolico particolare ha l’ascesa al Monte Ventoso nel 1336: «Oggi, spinto dal solo desiderio di vedere un luogo celebre per la sua altezza, sono salito sul più alto monte di questa regione, chiamato giustamente Ventoso». Il movente non è religioso, ma visivo: Petrarca sale per “vedere”. L’episodio non rientra nei modelli del pellegrinaggio medievale; a spingerlo è il desiderio di superare il limite rappresentato dalla montagna per ampliare il proprio sguardo sul mondo. Giunto in vetta, l’attenzione non si rivolge verso il cielo, ma verso la terra: un rovesciamento rispetto allo schema simbolico tradizionale. Lo scenario che si apre non è semplice natura, ma uno spazio carico di stratificazioni culturali e storiche, organizzato dalla prospettiva dell’osservatore. In questo senso, l’idea che i luoghi acquistino significato attraverso lo sguardo di chi li osserva richiama quanto Italo Calvino suggerisce nelle Città invisibili: le città non valgono solo per ciò che sono, ma per le immagini e le domande che suscitano. Solo in un secondo momento l’esperienza assume una valenza morale: la lettura delle Confessioni di sant’Agostino invita Petrarca a non cercare fuori di sé ciò che conta davvero. La contemplazione del mondo si trasforma così in un ritorno alla dimensione interiore.
Nel 1333 attraversa la foresta delle Ardenne nel pieno della guerra tra il duca di Brabante e il conte di Fiandra. Nonostante i pericoli del territorio e l’instabilità politica della zona, affronta il viaggio da solo, spinto da una sorta di slancio impulsivo che nelle Familiares viene ricondotto a un «longum iter» compiuto a cavallo. In questo attraversamento faticoso e solitario emerge l’accettazione del rischio come parte dell’esperienza. La natura che lo circonda non è solo uno sfondo, ma un luogo che risuona dei suoi pensieri e delle sue emozioni, spesso legate alla figura di Laura, che il poeta sente e “vede” ovunque: «Parme d’udirla, udendo i rami et l’ore / et le frondi, et gli augei lagnarsi, et l’acque / mormorando fuggir per l’erba verde…». Il rapporto con il paesaggio è forse meno contemplativo che al Ventoso, ma resta centrale il nesso tra cammino, solitudine ed esperienza interiore.
A Liegi rinviene due orazioni di Cicerone, tra cui la Pro Archia poeta e forse la Pro Marcello, a conferma di come, per Petrarca, mettersi in cammino significhi anche andare in cerca dei testi antichi e riportare alla luce la voce dei classici nascosta negli archivi. Il viaggio diventa così, in modo molto concreto, un gesto culturale: spostarsi serve anche a recuperare la memoria del passato.
Questa concezione del viaggio emerge anche nei modelli letterari di riferimento. Ulisse occupa un posto centrale: nell’Odissea Omero lo presenta come πολύτροπος (polýtropos), “multiforme”, l’uomo dai molti percorsi, che incontra popoli diversi e si trasforma attraverso le prove. Nel Medioevo la figura viene riletta in modo diverso: Dante, nel canto XXVI dell’Inferno, colloca Ulisse tra i dannati e ne fa il simbolo dell’uomo che, spinto dalla sete di conoscenza, supera i limiti umani. Le parole «Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza» esprimono un ideale alto, ma privo di misura. Petrarca si riconosce soprattutto nell’Ulisse omerico, ma conserva la consapevolezza cristiana del limite: l’esperienza del mondo è feconda solo se conduce alla virtù, non se alimenta l’orgoglio.
Non tutte le esperienze di viaggio di Petrarca sono reali. Nel 1358, invitato a recarsi in Terra Santa, rifiuta il pellegrinaggio anche per il timore del mare e compone l’Itinerarium ad sepulcrum Domini, una guida epistolare per l’amico Giovanni Mandelli. Il percorso assume qui una forma particolare: è un itinerario scritto da chi non parte. L’opera intreccia geografia, storia sacra e memoria classica e costruisce un tragitto che riflette soprattutto i territori conosciuti direttamente dall’autore.
Anche nell’Itinerarium l’orientamento dello sguardo è guidato dai verba videndi: il lettore viene condotto attraverso una sequenza di vedute in cui i siti sono riconosciuti attraverso la memoria dei testi. Ostia, Cuma e l’Averno non sono semplici coordinate geografiche, ma spazi carichi di rimandi letterari.
Vedere significa riconoscere: l’ambiente non è mai neutro, ma filtrato dalla cultura dell’autore. In questo senso, il rischio di attraversare luoghi senza davvero “incontrarli” richiama ciò che Marc Augé ha definito “non-luoghi”: spazi di passaggio in cui l’esperienza resta superficiale se non è accompagnata da uno sguardo consapevole. In modo coerente con questa prospettiva, Petrarca si sofferma soprattutto sui luoghi a lui noti; solo in un secondo momento l’itinerario si orienta, negli ultimi capitoli, verso la meta che avrebbe dovuto costituire lo scopo principale del viaggio. Ogni tappa è corredata da un ricordo personale, una citazione letteraria o una nota di carattere storico, cosicché il percorso prescinde in larga parte dalla finalità religiosa e si configura come una mappa culturale ricca e personale.
Dopo una vita trascorsa tra città, corti e strade d’Europa, Petrarca sceglie infine un luogo appartato per gli ultimi anni: Arquà, sui Colli Euganei, vicino a Padova. Qui si ritira intorno al 1370, cercando una quiete che non aveva mai conosciuto fino in fondo. Arquà non è una fuga dal mondo, ma una nuova tappa del suo percorso interiore. Il paesaggio dei Colli Euganei, con colline, vigneti e borghi (oggi riuniti nel Parco Letterario Francesco Petrarca e dei Colli Euganei nel territorio del Parco Regionale dei Colli Euganei - Riserva MAB UNESCO ), offre al poeta un equilibrio tra natura e studio.
Nella casa di Arquà donatagli da Francesco I da Carrara, signore di Padova, oggi Casa del Petrarca, vive gli ultimi anni circondato dai libri, continuando a scrivere e a riflettere. Dopo tanti spostamenti, sente il bisogno di una dimora stabile che riassuma questo lungo cammino umano e intellettuale, e lo esprime efficacemente in una lettera lettera, la XLVI delle Variarum, spedita all'amico Moggio di Parma: «Se solo potessi mostrarti il secondo Elicona che per te e le Muse ho allestito sui Colli Euganei, penso proprio che di lì non vorresti mai più andartene».
Stanislao de Marsanich
Bibliografia essenziale
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“Se solo potessi mostrarti il secondo Elicona che per te e le Muse ho allestito sui Colli Euganei, penso proprio che di lì non vorresti mai più andartene”. Francesco Petrarca, Epistole varie, 46, a Moggio Moggi di Parma (20 giugno 1369)