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La valle delle storie

18 Marzo 2021
La valle delle storie
Quando hai scoperto la valle? La prima volta che hai provato a guardarla con gli occhi degli altri, quelli che arrivano, gli stranieri, gli ospiti, passati da qui per raccontare storie e ripartiti inebriati di nostalgia e bellezza.

Non datela per scontata. Una valle deve sentirsi, annusare i suoi confini, trovare le strade, che un po’ sono come i suoi occhi, le sue mani, mostrare il suo volto fuori e allargare lo sguardo al di là dell’ultimo orizzonte e poi battere, il cuore, il suo tempo, il suo ritmo, il suo sound, solo alla fine arrangiare la sua melodia. Riconoscersi. La valle del Comino ci ha messo tempo. O forse a un certo punto si è dimenticata, si è persa. Capita. Capita quando per sentirti più sicuro ti accontenti della miopia, quando il cielo ti appare troppo lontano e non ti sorprendi più a guardarlo, quel cielo così luminoso di notte che senza dubbio è una mappa, con le stelle che ti baciano sul naso, e solo qui se ci pensi ti viene voglia di abbracciarle. Poche volte hai visto stelle così vicine. È che comunque per fissarle devi alzare la testa. C’è voluto tempo.

Ci sono certe sere d’inverno in cui ti trovi a fare i conti con il deserto, ti sembra quasi di sentire i passi dei fantasmi, la sensazione del vuoto. Il terrore di camminare in paesi perduti e ti accorgi che sei a un crocicchio del destino. Questa o sarà valle o non sarà. E’ come la pallina di Match Point, il film di Woody Allen, basta un sussurro per far cadere il futuro da una parte o dall’altra, rassegnarsi a un pugno di paesini dormitorio, hinterland di una città martire e di un’industria lasciata lì come una cattedrale post-moderna, Fiat lux, come contraltare al monastero distrutto e ricostruito, con l’unica speranza che l’Ora et Labora possa funzionare ancora, oppure riconoscersi e sfidare il mondo. La Valle di Comino sta scegliendo di accendere tutte le luci. Non è mai stata così magica. Adesso basta solo un soffio di fortuna.

Quando hai scoperto la valle? La prima volta che hai provato a guardarla con gli occhi degli altri, quelli che arrivano, gli stranieri, gli ospiti, passati da qui per raccontare storie e ripartiti inebriati di nostalgia e bellezza. Come ti disse quella volta Gianfranco Calligarich. “Questi paesi me li porto dietro come una breve filastrocca di bellezza o, se li separi in tre gruppi, come la difesa, il centrocampo e l’attacco di una squadra che ti sta a cuore. Te ne accorgi quando, parlando con qualcuno di luoghi da vedere, escono improvvisamente dal loro nascondiglio per materializzarsi coi loro nomi sulle tue labbra. Esempi di una bellezza che conosci solo tu. Alvito, Atina, Picinisco, Vicalvi, Settefrati, San Donato, Casalvieri, Casalattico, Villa Latina, Vicalvi, Posta Fibreno, Gallinaro, Settefrati, Belmonte, Campoli Appenino, Fontechiari, Terelle”.

Tu in questa bellezza ci sei nato, ma per te era solamente il mondo, il tuo mondo. Sei dovuto partire e tornare, perderti e tribolare, seppellire padre e madre e scoprirti orfano per stringere tra le mani questo pugno di terra e giurare che non l’avresti più abbandonata per conoscere il suo sapore. Per riconoscerti. E quando hai paura di non farcela è qui che ti vedi passare davanti un capriolo, che sbuca dal buio, di notte, camminando lento, senza neppure guardarti, tanto da spingerti ad abbassare i fari, per non smarrire l’incanto, come se lui fosse un patrono, come quelli di Harry Potter. Magia. Come il coraggio che trovi ascoltando l’ululato dei lupi nei giorni della neve o la compagnia di un barbagianni, che le sere d’estate va a caccia di pipistrelli volando tra il campanile e i tetti del palazzo ducale.
È la carezza di una vecchia contadina che sfiorandoti la guancia ti sussurra, quasi per proteggerti: non ti arrendere, hai fatto tanto. È qui che hai imparato a riascoltare le storie. No, non quelle lontane che ti porti nel cuore dall’Albania o dal Danubio, non quelle dei tuoi viaggi e neppure i volti della commedia umana che ti tocca raccontare per mestiere. Quelle che stavano qui. Le facce di quelli che resistevano qui. Dopo anni passati a seguire le tracce di Woody Guthrie e di tutti i cantastorie della frontiera americana, fino ad esplorare i confini del post moderno, perdersi nei giochi ciechi di Borges, strappando brandelli di realtà al cosmo scarnificato e virtuale del ventunesimo secolo e poi accorgersi che in fondo quello cercavi è nella ninna nanna, Nenna sea, di un professore di liceo cresciuto nelle cantine di San Donato, con un cappello da sudista sulla testa, una chitarra, e un volto scarnificato dalla poesia, con quel nome antico e la voce che sa di vino.

È qui che riscopri la bellezza di queste genti. I volti e i corpi degli uomini di Picinisco, che sanno di Arcadia, li trovi nei musei e nei caffè di Londra, alle pareti. Molti di loro sono partiti come artisti di strada, lungo strade che portavano al Nord dell’Europa, senza sapere di essere quello che i pittori cercavano. Sono storie come quella di Orazio Cervi, del suo lavoro per lo scultore Thornycroft, le chiacchiere con D. H. Lawrence, che quando si sposa per la terza volta, fa tappa proprio qui, nella contrada Le Serre, dove oggi all’ombra di una Caciosteria si svolgono d’estate corsi di scrittura creativa, e qui a Picinisco scrive La ragazza perduta.
È nella valle che artisti francesi, tedeschi e inglesi passano come tappa sconosciuta del Grand Tour. Perché è qui che si passa se vuoi andare a Sud. E qui ti fermi, ti fermavi, se resti incantato da certi occhi scuri, dai capelli che registrano tutte le sfumature della natura, da pelli ambrate e piedi scalzi. È qui che per quattro mesi, nel 1853, passa Ernest Hébert e trova queste due ragazze, quelle che adesso vedi a Parigi, al museo D’Orsay, Les filles d’Alvito. Storie. Montmartre, Montparnasse, “la vie de bohème”. È lì che stavano le modelle della valle. Al centro del centro del mondo, dalla metà dell’Ottocento fino al tramonto della Belle Epoque. Alcune ballano il can can nel tempio dionisiaco del Moulin Rouge, altre si perdono nelle strade, tante aprono una crèmerie o un piccolo ristorante, di qualcuna resta il nome: Rosalia, Carmen, Anna, Giacinta, Maria. Laurette, o meglio, Loreta. Storie. Filippo Colarossi si trasferisce con il fratello Angelo, tutti e due di Picinisco, a Rue de la Grande Chaumière n.10 a Montparnasse. È uno scultore. Apre un’accademia. È la prima in cui sono ammesse le donne come pittrici. Qui Modigliani incontra Jeanne, storia d’amore di strazio, febbre, fame, maledizione. Il ristorante dove Modì paga il pranzo con le sue donne dal collo lungo è Chez Rosalie. La proprietaria è una ex modella di Bouguereau, Carolus-Duran e Whistler. Si chiama Rosalia Tobia, anche lei di Picinisco. Il locale è in rue Campagne Première n.3, quattro tavoli rettangolari dal piano in marmo e sei sgabelli, non sedie, a tavolo, quindi una capienza di 24 avventori. I clienti sono soprattutto muratori italiani e pittori senza un soldo in tasca. Cesare Vitti è di Casalvieri, la moglie Maria Caira è di Gallinaro e la loro accademia è al al 49 di Bd. Montparnasse. Tra i professori che insegnano lì c’è Paul Gauguin. Maria ha due sorelle, Anna e Giacinta, modelle. Laurette invece è la modella meridionale con le ciocche come anguille. Si chiama Loreta e viene anche lei da Gallinaro. Arriva a Parigi nell’autunno del 1916 a guadagnarsi la vita. Si mette nelle mani di Henry Matisse e sarà la sua musa. La Laurette con la tazza di caffè è lei. La ragazza di Gallinaro. Ecco, ora lo sai, è qui la bellezza vera, non edulcorata, la bellezza che sa di carne e speranza, di formaggio, marzolino, di orapi, di fagioli cannellini, di tartufo, di pane e vino, di gelato alla crema, di visciole, di pasta di mandorla. È da Casalattico e Picinisco che si parte alla fine dell’Ottocento per la Scozia e per l’Irlanda. E sono questi immigrati commercianti che aprono i chioschetti di fish and chips, pesce e patate, un piatto nazionale britannico che sa di Valcomino. 

Noi siamo il verde, poi a un certo punto comincia il grigio di periferie casertane, di casermoni, di centri commerciali troppo grandi, di strade stradali che di notte diventano suk della coca, con le luci delle auto in sosta che comprano tanto al chilo, come se fosse la cosa più normale del mondo. Noi queste cose le guardiamo al di qua del confine, lì dove si snoda la linea Gustav, e ci auguriamo che quelle vecchie “casematte” tedesche reggano, come simbolo, come talismano, come linea del fronte. Questa crisi senza fine ci sta però mettendo alla prova e ci troviamo di fronte a una di quelle svolte del destino, a un crocicchio, simile a un lancio di moneta. Testa o croce? Croce è un futuro da periferia desolata di Gomorra, testa è scommettere sulle nostre risorse. Puntare sul verde, sulla natura, su una valle dove si può camminare sulle tracce dell’orso o ascoltare di notte l’ululato dei lupi, su percorsi affascinanti da scalare in mountain bike o sulle arrampicate fino al monte Meta, dove all’alba, quando la luce è chiara, si possono vedere i due mari, il Tirreno e l’Adriatico. Si può scommettere sull’economia verde, sul paesaggio, sulla natura e sul fatto che tanta gente cerca luoghi dove correre a piedi, in bicicletta, su strade sterrate o camminare lungo i sentieri del parco, o seguire il corso di un fiume a bordo di una canoa o, temerari, volare con un deltaplano da Forca d’Acero fino al centro della valle.

Qui l'orso è di casa. Da sempre. Ogni paese ha una storia antica di combattimenti con gli orsi. In piazza. A San Biagio Saracinisco e a Vallerotonda c'è ancora la tradizione del «ballo con l'orso». Poi capita che sia lui, l'orso, a dare spettacolo. L'altra estate, quella del 2013, a Picinisco, perla della valle di Comino, con tanto di albergo diffuso a cinque stelle aperto da un ricco signore scozzese, un orsacchiotto di nome Lorenzo è in cerca di mele. Solo che l'orto è scosceso. Scivola e finisce sul balcone di una casa dove sta passando le vacanze una coppia di inglesi. Grida, si sente un «Oh my god» e imprecazioni in piciniscano puro, lì sotto ci sono tre donne che stanno osservando la scena. Solo che Lorenzo mica se ne va, si ferma a guardare dal balcone l'orizzonte. Solo quando il clamore diventa fastidio e stanno per arrivare i carabinieri, l'orso usa la ringhiera come Yuri Chechi, si aggrappa, si distende e con un balzo di tre metri scappa via.

Poi c’è la storia d’amore di Bernardo. Bernardo è un orso e ora non c’è più. Quasi tutti i giorni arrivava al confine di San Donato Valcomino, lì dove comincia la strada che porta a Forca d'Acero. Non cercava visciole e neppure mele. Si sedeva, su un muretto e stava lì a riflettere o a riposarsi per un po' di tempo. Strana storia, vero. Una cosa da realismo magico. Così chiesi a un guardiaparco perché a quell'ora e cosa cavolo facesse Bernardo lì. Il guardiaparco sorrise. «Nessuno è andato mai a chiederglielo. Ma lì, sotto quel muretto, è morta la sua compagna». Forse a las cinco de la tarde Bernardo piangeva per amore.

Ecco. E' qui che si raccontano storie. In questo palcoscenico senza palco e senza barriere, l’ospite è uno di casa e come Ulisse narra la sua storia. Poi la notte le ascolta. Ascolta le nostre. E pensa che Itaca è quel posto che chiamiamo casa.


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