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Ernst Bernhard. Conversazioni sull'ebraismo. Biografia*

10 Febbraio 2021
Ernst Bernhard. Conversazioni sull'ebraismo. Biografia*
La seconda parte delle "Conversazioni sull'ebraismo" con Ernst Bernhard, a cura di Luciana Marinangeli. Le ultime parole del grande psicoanalista che aprì alla cultura italiana degli anni '40-'60 gli orizzonti della cultura europea

Pubblichiamo la seconda parte de : "Ernst Bernhard. Conversazioni sull'ebraismo. Le ultime parole di un saggio. Un messaggio di intelligenza e di speranza di respiro europeo" (leggi la prima parte: "Introduzione" )


"Il professore Alessandro Orlandi,
La Lepre Edizioni**

Caro Alessandro , 

Ti mando il contributo che Stanislao de Marsanich mi ha chiesto per i Parchi Letterari. Io sono molto lieta di contribuire a questa impresa che penso utilissima e appropriata per il nostro tempo. Si tratta di un passaggio delle  conversazioni con Ernst Bernhard, il grande psicoanalista collega e continuatore di Jung del quale, portò il pensiero nel nostro paese tra gli anni 40 e gli anni 60 aprendo alla limitata cultura italiana di allora i grandi orizzonti della cultura europea. Queste pagine sono la registrazione delle ultime parole di quest'uomo illuminato e  sereno, e indicano una strada diversa dalla continua contrapposizione tra fratelli nemici nella quale abbiamo continuiamo a cadere fino adesso, 

 Luciana Marinangeli
Roma lì 20 gennaio 2021"


Ernst Bernhard. Conversazioni sull'ebraismo.
Biografia*

 Sono stato a Berlino adesso, per la prima volta dopo 28 anni. Tu sai come sono tutti gli ebrei immigrati che hanno perso parenti, com’è la loro impostazione di fronte ai tedeschi, si può capire; se uno legge i Salmi è scritto ogni secondo salmo, per 5/6 dei Salmi c’è la vendetta sul nemico, che Dio distrugga il nemico. Io in questa situazione non ho avuto la minima sensazione di un problema, io a Berlino sarei potuto rimanere tale e quale come prima, come sono andato via 28 anni fa. E ho visto i miei vecchi pazienti, voglio dire tipi di miei vecchi pazienti; e per tutti i miei vecchi pazienti sarei potuto rimanere senza la minima complicazione; di un problema ebraico-tedesco non c’era niente. Poi ho fatto un sogno piuttosto impressionante, che mi ha molto impressionato, che mi sta molto a cuore, che ho fatto nel campo di concentramento [4]  . Io sono stato trasferito dal campo di concentramento di Ferramonti, Italia, Calabria, ad un campo di concentramento della Polonia, uno di questi campi di sterminio e stavo in questo campo solo io, isolato, solo io, ed ero circondato da filo spinato; ed io mi dicevo tra me: adesso è davvero difficile, adesso, tutto solo così, qui è un compito molto grave, perché qui non c’è nessuno cui posso fare del bene. Allora io stavo accettando questo fatto - devo dire che anche se capita così si deve anche esistere, non è contenuto della vita far bene all’altro, questa non è la mia opinione, tutt’altro: questo può anche essere scappare dall’individuazione, come tanta, tanta gente fa. In questo caso era autentico. Mi veniva in mente: ma c’è la sentinella nazista, una che sta qui per vigilarmi! Allora il problema era risolto per me nel sogno, era un grande sollievo perché finalmente avevo anche qui, malgrado il mio isolamento, un essere umano per il cui bene potevo interessarmi. Bene vuole sempre dire individuazione, aiutare nel senso essenziale. Questo sogno è importante anche come sogno precedente alla mia grande conciliazione con il mio professore tedesco nella forma dell’Anthropos – adesso voglio solo accennare questo- , dove era anche la grande conciliazione con il nazista, con l’antisemita, in questa forma. Questa è naturalmente la soluzione del problema dei contrari. Posso aggiungere una cosa: io non ho mai capito come gli ebrei, quasi tutti, accusano Hitler di questa grande catastrofe e non cercano di capire quanto loro hanno la colpa di questo: questo non l’ho mai capito. Io posso fare diversi conti: posso fare conto che questa aggressione, la persecuzione hitleriana, era una psicosi di persecuzione e comunque si vuol chiamarlo si può anche giudicarlo moralmente negativissimamente, ma che io mi fermi come ebreo e rimanga con l’odio di fronte ai nazisti e non capisca qual è il problema ebraico qui sotto, questo non è da perdonare, è imperdonabile. Tutto il mio lavoro sulla mia mitobiografia gira intorno alla problematica: cosa era la persecuzione nazista; cosa era l’emigrazione in questa situazione; e specialmente, individualmente quale parte io ho in questo processo, vale a dire qual è il punto individuale mio in questo processo collettivo della esistenza ebraica in questo periodo della grande persecuzione. E questo risulta secondo me chiaramente dai miei sogni, da questo materiale automitobiografico e certamente non è un caso, perché non è una cosa isolata, è una cosa di valore collettivo, non solo individuale; e per questo vale la pena secondo me che io in qualche modo possa rendere accessibile questo materiale, anche con interpretazioni molto modeste, perché le interpretazioni possono farle anche gli altri, ma il materiale in sé vale la pena di essere visto, e una parte dell’interpretazione almeno, dovrei darla io, perché io lo capisco, le ho vissute queste cose, veramente realizzate.

Quando mi sono innamorato della mia prima moglie ho tradotto il Cantico dei Cantici dall’ebraico al tedesco, essendo cosciente di questa situazione, che la traduzione dall’ebraico al tedesco era una situazione attuale, che si realizzava nel mio rapporto con la mia prima moglie, che era una tipica tedesca, antisemita quando l’ho conosciuta. Poi naturalmente ho avuto un problema con la donna italiana, che era in un certo senso molto più grave del problema della tedesca, perché la donna italiana dalla psicologia mia personale, sia come ebreo, sia per la mia educazione tedesca, è molto più pericolosa perché è molto meno controllata, è molto più figlia o madre e molto meno sorella, come è il rapporto tra i sessi nella civiltà tedesca e anche nella civiltà ebraica. Nella civiltà ebraica si parla sempre di Braut, come si dice? sposa /sorella; le donne tedesche con gli uomini tedeschi sono compagne, sono sorelle, non sono madri né figlie. In italiano le donne sono o madri o figlie dell’uomo, la compagna pari è una rarità, una mèta. Comunque, questo problema è molto interessante anche psicologicamente dal punto di vista dell’assimilazione di mitologie non ebraiche nella mia esistenza. 

 Quando ho capito che la storia è una cosa viva oggi- io sono oggi per esempio un beduino come allora, che esiste in me- allora la storia ha cominciato ad interessarmi. Naturalmente la storia a scuola non si impara così, si imparano le date delle battaglie, delle guerre, è una cosa individualmente insopportabile. Io ho dovuto combattere questa lotta, ognuno combatte questa lotta. Il fatto che io debba imparare il conscio collettivo e anche l’inconscio collettivo, è simbolizzato dalla castrazione, o dall’essere divorato dalla balena; vuol dire che l’immagine generica – la chiesa, la carriera, una certa impostazione generica-tipologica di una civiltà – prima ci sopraffà, e questo è necessario: io devo prima negare, e poi devo tentare di assimilare questo contenuto, pian piano, più o meno presto, alla mia individualità. Questo è il problema che io mi sono posto coscientemente quando ho incontrato la psicologia jungiana, da quando ho capito questa legge, che ho capito subito. Quando io ho avuto l’infarto, io mi sono detto subito: “io non devo in alcun modo essere un signore anziano con l’infarto”; o anche, io non potevo essere un ebreo emigrato, ho respinto tutti gli aiuti collettivi perché non volevo essere identificato con questa cosa. Quando ho avuto l’infarto, io volevo conoscere il significato individuale di questo, solo così riesco ad assimilare. 

 Ho dovuto combattere in questo senso dal giorno della mia nascita, perché la mia individualità è molto diversa dall’ambiente in cui sono nato, dal quale ho ovviamente anche ereditato tutta la problematica dei miei genitori e antenati, degli ebrei in genere; però il mio nucleo individuale era molto diverso. Il problema è che questo mio nucleo individuale era anche forte/debole e questo è il mistero della mia nevrosi. Posso dire che il fattore collettivo contro cui dovevo combattere era fortissimo; posso anche dire che anche il mio fattore individuale era forte; il problema non era quantitativo: ambedue i fattori erano forti, ma la qualità era molto diversa, tanto diversa che io ho fatto un passo enorme rispetto all’ambiente nel quale sono nato. Il primo passo l’ha fatto mio padre, che era di una piccola famiglia di ebrei ungheresi, poveri, molto ortodossi, in parte chassidim; lui è stato il primo a studiare, doveva diventare rabbino e invece ha fatto una grande rivoluzione ed è diventato medico, per la grande delusione dei suoi genitori che speravano di avere un figlio rabbino. Oltre ciò lui ha anche fatto sempre una vita a casa dei suoi genitori e poi anche loro hanno vissuto a casa sua, una casa più o meno ortodossa-formale, ma senza grande convinzione, malgrado lui avesse un temperamento autenticamente religioso. L’aiuto che io gli ho dato –lui ha anche lavorato psicologicamente con me, e abbiamo avuto una corrispondenza quando lui era emigrato a Parigi - , io l’ho sempre rinforzato nella sua impostazione religiosa, sempre sulla base della mia personale religiosità, di un vero abbandono a Dio. Il fatto che lui abbia realizzato psicologicamente qualcosa, che abbia resistito a questo enorme destino dell’emigrazione, della fine nelle camere a gas, sono certo che l’abbia superato, come la maggior parte degli ebrei, con un atteggiamento positivo religioso. 

 Ho dovuto difendere la mia individualità contro una superiorità brutale, di forza brutale, dal giorno della mia nascita fino ad oggi. Questa brutalità era l’impostazione pedagogica di mio padre, derivante dall’ambiente da cui proveniva: lui era ambizioso per me ed il suo metodo era di picchiarmi quasi a morte. Io ero assolutamente indifeso, non potevo difendermi, perché se lo avessi fatto mi avrebbe “macellato”. Finalmente un giorno mi sono davvero difeso, avrò avuto 13-14 anni ed avevo nascosto di aver preso un brutto voto in un tema; lui stava uscendo, con ombrello, cappello e cappotto e per caso è uscita fuori questa storia. Questa storia l’ha fatto così arrabbiare che mi batteva con l’ombrello sull’avambraccio, io lo avrei ammazzato. Io ero allora già abbastanza forte per aggredirlo, ed ho fatto un gesto di difesa; allora lui è impallidito e non mi ha più toccato. Cinque o otto anni fa, qui a Roma, ho fatto questo sogno che mio padre e mia sorella (che è sempre stata dalla parte di mio padre contro di me), eravamo in una città italiana, io ho sbagliato una cosa da niente e allora ho chiesto a mio padre di tenere il mio ombrello sul suo braccio e dopo un minuto io avevo sistemato la cosa; poi ho preso l’ombrello da lui e gli ho detto: “Ora hai visto come è facile mettere le cose a posto”. Io ho imparato questa cosa grazie alla mia esistenza in Italia e sono perciò molto grato agli italiani, al loro atteggiamento matriarcale e non patriarcale. Io sarei molto felice se riuscissi in vita tua ( si rivolge a Silvia) e mia ad insegnarti questo, così tu lo capisci e puoi realizzare questo metodo. E questo sarebbe già una parziale guarigione di questo mio complesso, in quanto come individualità sono una guida, perché ho trovato, con piccole cose, un metodo per fare qualcosa con questo ombrello senza doverglielo spaccare in testa sullo stesso livello. Ora io non voglio andare ancora più a fondo con questo sogno, però la mia spiegazione con mio padre, anche simbolica, nei sogni, è il segno più caratteristico della mia nevrosi, che è stato in fondo fin dal primo giorno il processo della mia individuazione.

 Ho sempre avuto nella mia vita la tendenza ad avere diverse mogli, non ho mai avuto la tendenza omosessuale, non mi è mai interessato. Quando ho cominciato ad avere rapporti adulti con le donne, ho detto: “Se vado a letto con una donna, la sposo, altrimenti perché andarci a letto. La sposo e ci faccio anche un figlio”. Anche dopo ho sempre avuto la tendenza ad avere diverse mogli, non diverse avventure: l’avventura non mi ha mai interessato. Un rapporto con un’altra donna era comunque un rapporto di responsabilità, anche esterna, professionale, finanziario. Mi sono sempre sentito, tra molte virgolette, marito di queste donne. 
E questo mi sembra molto caratteristico come atteggiamento ebraico. 

 Per prima cosa dovrei senz’altro dire che la forza che ha potuto darmi possibilità di realizzare la mia individualità di fronte a mio padre come contro-tipo schiacciante, che avrebbe dovuto essere mia madre, mia madre non ha potuto farlo direttamente, perché anche lei era schiacciata da mio padre. Però nel rapporto con mia madre ho potuto sviluppare la mia somiglianza con lei e la differenza con mio padre, in quanto mia madre aveva una religiosità molto ingenua, semplice e molta profonda, molto sentita, mentre mio padre aveva piuttosto un problema di forma, non-forma, pur essendo anche lui religioso.

Poi mia madre ha significato per me, fin dal momento della mia nascita, la musica e l’arte in genere: mia madre cantava, suonava il pianoforte e i miei ricordi anche da piccolissimo sono legati a quella bellissima voce di contralto e al suo suonare il pianoforte; se mia madre mi puniva era essenzialmente un’identificazione con mio padre, con il quale lei non è mai stata identificata essenzialmente, perciò anche se sono stato punito qualche volta da mia madre ciò non mi ha mai provocato un trauma, un danno, perché io percepivo una tendenza opposta sotto questo e anche una specie di imbarazzo e molto spesso un contro senso , un non d’accordo con questo. Mia madre era però molto debole in questo senso , mentre le due figure che riflettevano le qualità di mia madre erano mia nonna paterna e mio nonno materno, che erano fratello e sorella, perché i miei genitori sono cugini di primo grado; loro si chiamano Reiner, e io ho un temperamento molto più dei Reiner che dei Bernhard, che erano molto più sistematici , moralistici, eccetera e questa forma di educazione da parte di mio padre derivava dalla sua famiglia, perché anche lui è stato molto picchiato e molto criticato, malgrado suo padre fosse molto orgoglioso di lui. Questi due nonni mi hanno davvero salvato, in quanto hanno accettato tutto ciò che facevo, anche le cose più strane. Ti ho già raccontato di una volta che mio nonno mi fece fare la pipì di fronte a una stalla, su una sedia; e mia nonna diceva :“Qualsiasi cosa fa il ragazzo, è ben fatta, lasciate stare il mio tesoro, e non lo toccate”…Un clima di completa accettazione … 

 Mio nonno lo vedevo di rado, lui era a Vienna e veniva raramente a Berlino e in più le due volte che sono stato a Vienna, a un anno e mezzo e a tre anni; ma il soggiorno di quando avevo tre anni lo ricordo esattamente ; quando sono tornato nel ’51 dopo quarantotto anni, ricordavo esattamente la disposizione della casa, delle stalle … Non ricordo questa scena esibizionistica, me l’hanno raccontato, forse ho una vaga idea di questo. Comunque ho avuto poche occasioni di incontrare questo nonno, ma mia madre mi ha raccontato molte volte di quanto lui fosse buono, quanto tutto il suo comportamento fosse imbevuto di un’enorme umanità e bontà. Era religioso, come anche il mio nonno paterno, anche formalmente; però si è sempre riservato una certa libertà, mentre il mio nonno paterno era di un’ortodossia nera nera. 

 Suo nonno era un mercante di cavalli in un piccolo posto in Ungheria; suo padre è andato da questo piccolo posto a Vienna ed ha aperto un commercio di cavalli e mio nonno trovò già la situazione avviata. Voglio dire che il grande imprenditore era il bisnonno, non il nonno. Non so sotto la direzione di chi sono diventati fornitori del Kaiser Franz Joseph ed hanno avuto anche una scuderia di cavalli da corsa, per cui avevano grande interesse, andavano alle corse, ricordo ancora i nomi dei cavalli, si parlava molto di queste cose. 

Questo significato positivo dei nonni è molto importante, i nonni hanno molta importanza nella vita dei nipoti, perché i nonni, anche se sono stati severi con i figli, nei confronti dei nipoti hanno spesso un atteggiamento di grande accettazione, a volte di eccessiva accettazione , che crea conflitti con i genitori per l’educazione. Comunque nel mio caso non credo ci sia stato un conflitto, perché mio padre dipendeva completamente da sua madre e mia madre da suo padre; non credo neanche che mia nonna abbia discusso con mio padre per la sua educazione troppo severa nei miei confronti. Probabilmente lei in teoria era d’accordo, perché anche lei aveva educato severamente i suoi figli; mentre io essendo il primo nipote maschio dal suo figlio primogenito sono stato il suo nipote prediletto. Probabilmente primitivamente mi ha viziato, non che questo fosse un suo atteggiamento specifico, ma forse è emerso dopo la morte di mio nonno, che è mancato quando avevo due anni; lo ricordo però, e con piacere: ricordo che lui giocava con me molto gentilmente, battendo la sua testa contro la mia fronte. Non ho mai saputo nulla della sua severità, ma nella tradizione dicevano fosse una persona enormemente giusta. Questo nonno abitava in un piccolo paesino nell’Ungheria di lingua tedesca e quando il suo rabbino –che poi è diventato un rabbino molto famoso , si spostò a Berlino, lui lasciò il padre e la madre e si trasferì a Berlino con lui. Il mio bisnonno, padre di questo mio nonno paterno, ebbe una grave depressione, probabilmente endogena, dopo la sua partenza. Credo che il mio bisnonno o un antenato più antico fossero hassidim. 

 Credo che mio nonno sia venuto a Berlino già sposato, non sono sicuro, ma credo di sì; ha fatto il macellaio di carne kosher ed ha fallito, poi ha cominciato a commerciare in vini kosher: questo negozio era sempre collegato alla tradizione ebraica, lui doveva per forza lavorare all’interno della sua comunità ebraica, non poteva fare altrimenti. Questo negozio è stato poi avviato da due fratelli di mio padre ed uno di loro si è poi trasferito a Tel Aviv ed ha aperto una filiale, che tuttora si chiama Bernhard; ci sono due miei cugini lì, che ho conosciuto a Berlino, ma non vedo da molti anni. 

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 Voglio dare subito un altro contributo: questo è il grande sogno [5] di aver fatto un atto di sabotaggio (questo lo conosci, è anche tra il mio materiale per la automitobiografia). Quest’atto di sabotaggio era di seppellire la salma di Gesù, assieme ai rappresentanti delle chiese cattoliche e protestanti, che erano i miei amici più intimi, e una terza figura che rappresentava tutte le altre religioni, specialmente il buddismo. Da questo sogno prendo l’interpretazione che nella lotta per l’individualità io mi trovo in una situazione di sabotaggio. Io ho studiato molto la rivoluzione russa, e ho partecipato alla prima rivoluzione tedesca in Francia, senza capire nulla, per la giustizia, per la liberazione. Le rivoluzioni cominciano sempre con un periodo di sabotaggio, e sono periodi in cui una piccola minoranza di anche 2-3 persone assalta un palazzo, un ponte, uccide una persona, facendo l’impressione di un’enorme potenza, mentre non c’è niente sotto. Questi atti di sabotaggio sono caratteristici degli inizi di una rivoluzione, per una minoranza debolissima, molto diversa da una collettività: di nuovo il problema dell’ individuazione. Posso dire oggi che la mia vita è sempre stata un atto di sabotaggio, sono stato sempre in una minoranza, e quanto più io avessi fatto vedere i miei pensieri, il mio atteggiamento, io sarei stato in una minoranza isolata, perché poca gente sarebbe stata in grado di capire il mio atteggiamento, e questo tu  [6] l’hai potuto vivere con me, il fatto della tua carriera/guarigione è dovuto in primo luogo a questo, al tuo coraggio di uscire e peccare di fronte alla collettività. 

Per me è molto difficile perdere totalmente i miei sintomi nevrotici, perché i miei sintomi nevrotici sono stati una protezione inconscia, che io non sarei stato capace di fare coscientemente, avrei dovuto ritirarmi dalla vita perché vivere la vita collettiva con la mia individualità non sarebbe stato possibile, nessuno sarebbe stato capace perché si va sotto le ruote della locomotiva collettiva. Io sono stato espulso da ogni posto dove sono stato a causa della mia individualità, perché ho denunciato delle cose senza riguardo alla mia carriera.

La mia nevrosi, specialmente la claustrofobia, e poi anche la difficoltà di apparire in pubblico, di “pubblicare”, io non ho pubblicato nulla finora, perché scrivere qualsiasi libro non mi ha mai interessato; io avrei dovuto scrivere un libro mio, ma ho sempre saputo che non sono abbastanza maturo per scrivere un mio libro, così come oggi io non sono capace di scrivere un mio libro. La mia ultima decisione è di raccontare qualcosa di me e farlo scrivere dagli altri, ed aggiungere eventualmente delle parti mie, poesie, sogni … Ma io non voglio redigere queste cose. Ciò che io ho fatto nella mia vita non è un libro, è la mia vita; l’opus della mia vita non consiste in un libro, l’opus della mia vita è la realizzazione della mia esistenza individuale, del mio destino individuale e questo è la mia vita; bisognerebbe capire come opus della mia vita, la mia vita. 

C’è un bellissimo I-Ching, Il crogiuolo, il numero 50, che significa che si riesce a fare della vita il destino, cioè a dare al valore collettivo un valore individuale di destino, e questa è esattamente la differenza tra vita e destino. Allora se io ho fatto qualcosa per me, per i miei pazienti, per i miei amici, e anche per il mondo dopo di me, è qualcosa che in linea di massima non mi interessa. La mia vita è solo quella che ho vissuto. Se fa parte di questa vita anche aver scritto un libro, questo è un altro problema; ma il libro di per sé è solo una pubblicazione. Anche aver creato l’organizzazione, aver introdotto la psicologia junghiana in Italia, questi non sono valori per me. Se questo non è visto dal punto di vista della realizzazione di un mio destino individuale non vale niente: io non riconosco nessun valore collettivo, io riconosco solo che l’uomo realizzi la propria esistenza individuale: se lo fa come facchino o come presidente della Repubblica non c’entra. 

 Buber è stato il mio primo maestro nel campo dell’ebraismo. La prima volta che mi hanno mandato i primi libri di Buber quando ero sul fronte francese, durante la prima Guerra, è stata la prima volta che ho letto qualcosa di suo nel ’17-’18: mi ha fatto una grande impressione. Quando ho studiato a Heidelberg sono stato mandato da Buber, a visitarlo nella sua casa. Buber ha davvero determinato la mia vita come ebreo; lo devo a lui e poi al chassidismo. Tutto questo alla nascita, nell’ambiente religioso in cui sono nato era già formato, ma la formazione, i primi concetti, la prima possibilità di un’esperienza religiosa conscia, in senso junghiano conscia, lo devo a Buber. 

 In ogni modo, anche in questo sogno si vede già una soluzione: dopo che io ho portato a termine il mio problema ebraico, il sogno è così che io devo far perire i miei genitori perché non posso portarli alla superficie della terra. Dopo io di nuovo cado in questo grande antro e con ciò il problema è finito: vuol dire che poiché non c’è possibilità di salvarmi io devo morire, voglio suicidarmi volontariamente, coscientemente, per poter morire in piena coscienza e affrontare la morte, non in coma, indebolito. Con questa morte avevo finito un certo sviluppo ebraico; vuol dire che io sono anche morto come mia madre, mio padre, gli altri ebrei in questa epoca per una parte, e poi viene fuori una parte rinata: questa parte rinata è quella che non è finita nelle camere a gas e ora affronta di nuovo la vita, e in questo momento viene salvata da questo italiano-indiano che significa nuovamente l’unione di queste diverse religioni: l’italiano come rappresentante della chiesa cattolica, del cristianesimo, l’indiano come rappresentante delle religioni dell’estremo oriente. In questo sogno questo era già accennato in questa forma. Si vede che quando ho portato a termine il problema ebraico si arriva ad una sintesi con queste diverse religioni.

Luciana Marinangeli

(continua sul prossimo numero di ParkTimeMagazine)

[4] E. Bernhard, Lettere a Dora dal campo di internamento di Ferramonti, a cura di Luciana  Marinangeli, Nino Aragno, Torino 2011
[5] Mitobiografia, pag 165-166 già citato
[6] si rivolge a Silvia Rosselli


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*Sul prossimo numero (23 febbraio 2021): "Sogni". Di Ernst Bernhard . A cura di Luciana Marinangeli

Leggi il numero dedicato a Ferramonti di Tarsia

Immagine di Copertina : Ernst Bernhard nel Campo di Ferramonti di Tarsia (Museo della Memoria di Ferramonti)

Seconda immagine. Ernst Bernhard a Roma . **Dalla copertina de I Ching di Ernst Bernhard a cura di Luciana Marinangeli, La Lepre ed. 2015.




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