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L’ultimo goal di Ernst, prigioniero di Ferramonti

21 Gennaio 2021
L’ultimo goal di Ernst, prigioniero di Ferramonti
“Il nostro sogno, di giocare una volta tanto fuori dal campo, di giocare un vero e proprio incontro di calcio, rimase quello che era: un sogno!”. Le avventure calcistiche di Ernst, calciatore in prigionia, raccontate da Matteo Dalena

Quel giorno faceva caldo, talmente caldo da scoppiare i cocomeri direbbe Federico Buffa nel tentativo di presentare il match calcistico disputato nell’estate del 1941 tra prigionieri jugoslavi e polacchi sullo sterrato del campo d’internamento di Ferramonti di Tarsia, in provincia di Cosenza. 

Mancavano dieci minuti alla fine, e la partita era stata una delle più appassionanti fra quelle che ho visto a Ferramonti.

Il Buffa di allora si chiama Ernst Steiner, prigioniero ebreo di nazionalità austriaca, internato a partire dal 29 settembre del 1940 nel più grande campo del sud Italia e poi trasferito dal dicembre del 1941 prima a Grosseto e poi a Scipione di Salsomaggiore. Ma Steiner è uno del mestiere: da dieci anni milita in una non meglio precisata squadra viennese. All’interno del Fondo “Israel Kalk” del Centro di documentazione ebraica contemporanea di Milano, mi è capitato d’imbattermi nelle “avventure e impressioni calcistiche” di Ernst, calciatore in prigionia.

1. L’omino del sapone

Un “magnifico sabato” di agosto del 1940 Ernst Steiner, ebreo austriaco residente a Milano, viene prelevato da due uomini in borghese e portato in questura: “Si tratta solo di informazioni – annota Ernst – e così si compì il mio destino”.  Tre settimane di carcere a San Vittore sono il preludio alla deportazione. Ernst viene caricato insieme ad altri 150 ebrei su una tradotta militare, destinazione nord della Calabria. Ferramonti di Tarsia è località ignota, il campo d’internamento è poco più di un abbozzo nella malarica piana. Alla stazione di Milano, Ernst riabbraccia la moglie Carolina che riesce a passargli due grosse valige.

Partimmo tutti con l’animo sospeso! Il nostro era uno dei primi trasporti e il campo calabrese, che divenne poi famoso, ci apparve ancora in condizioni alquanto primitive: non c’era nulla. Le baracche erano ancora in costruzione, mancavano i servizi sanitari, anche le cucine erano in via d’allestimento e tutto era male organizzato […] Arrivammo a Ferramonti dopo aver viaggiato 36 ore, e quando disfeci le valige, vidi che mia moglie le aveva stipate di sapone da toeletta come le avevo raccomandato. 

Nel campo manca tutto. I compagni di baracca di Ernst lamentano di aver lasciato a casa il necessario per l’igiene personale: sapone, dentifricio e spazzolino, “cose da nulla, la cui mancanza però si sentiva molto”, scrive Steiner. Da quel momento Ernst comincia a vendere ai compagni una parte del sapone e allo stesso tempo scrive a Carolina di mandargliene dell’altro. Dopo due settimane si vede recapitare un primo pacco contenente cinque chili di saponette, dentifrici, pattini e così via. I dubbi sulla liceità di tale commercio lo assalgono, ma ottenuta dalla direzione l’autorizzazione per la vendita di quei prodotti tra le 46 baracche del campo allora occupate da circa 400 uomini, il prigioniero viennese finisce per diventare “l’omino del sapone”. In una settimana vanno via dieci chili di articoli da bagno.

Ben presto si sparse la voce che io vendevo sapone, e in breve mi formai una cerchia di clienti abituali. Quando poi, dopo sei mesi, si formarono le prime baracche di donne sole il mio commercio subì un notevole incremento e cominciarono a fioccare richieste di rossetti, cipria, crema, cosmetici, ovatta e di tutto quanto occorre alle signore per farsi belle! 

Il commercio a prezzi modici dura due anni, durante i quali Ernst diventa fornitore ufficiale della direzione e dei militi del campo. Alla vigilia del trasferimento a Grosseto, passa scorte e clientela a un altro prigioniero prescelto per continuare quell’attività apprezzata da guardie e internati:

Ancora oggi dopo quasi dieci anni quando incontro qualche mio cliente di Ferramonti ridiamo insieme del mio commercio – annota Steiner – in fondo però tutti ne sono stati molto soddisfatti.

2. Pensare allo sport

Ma la vera passione di Ernst Steiner è il Fußball. Quando mette piede per la prima volta a Ferramonti ha 34 anni e da almeno dieci è in forza a una squadra viennese. Lo afferma nell’appassionato resoconto giocato sullo stretto confine tra campo da calcio e internamento: “Quando tutto funzionò a dovere trovammo il tempo di pensare allo sport”

La letteratura di partite disputate in prigionia riattiva la memoria di una "Liga Terezin", il campionato di calcio disputato nel 1942 all’interno del campo nazista di Theresienstadt. C’è poi la celebre partita della morte tra ufficiali tedeschi e prigionieri ucraini: recentemente decantata dallo storyteller Federico Buffa, è stata ispiratrice del lungometraggio cult Victory o Fuga per la vittoria, diretto da John Huston. Anche a Ferramonti a partire dall’autunno del 1940, si comincia a macinare calcio. Ed è proprio Steiner, ben visto dalla direzione del campo, a farsi interprete della necessità di un terreno di gioco:

Ci recammo subito dal direttore, che mostrò una grande comprensione e ci concesse uno spiazzo da attrezzare a campo sportivo. Dopo 15 giorni il campo era pronto, e avevamo due squadre che, in breve, divennero quattro, e, infine dieci, con presidenti, vicepresidenti, direttori sportivi, proprio come nei veri e propri clubs sportivi. 

La foga è tanta e le prime partite vengono giocate “a casaccio”, le scelte fatte al momento e “senza ruoli ben distribuiti”. Il campionato di calcio di Ferramonti acquista man mano la propria fisionomia con quattro squadre stabili, altre due formate da ragazzi dai 6 ai 10 e dagli 11 ai 15 anni, infine una di “anziani” dai 40 ai 50 anni che, a detta di Steiner, “si faceva valere”. Tutto si compie il sabato, ogni sabato di quella maledetta prigionia. Il sogno è quello di “evadere” palla al piede e… giocare una partita vera al di là del filo spinato, magari a Cosenza.

3. Un torneo per nazioni

L’agone dei prigionieri cresce, specie nel momento in cui vengono formate compagini composte da atleti della stessa nazionalità. I più temuti sono gli ungheresi e poi tedeschi, polacchi, jugoslavi, cecoslovacchi. Le partite sono accese, piene di falli e contusi, tutti giocano con estrema serietà “come se ci fosse in palio una ricompensa”, commenta Steiner. E ci sarebbe stata, probabilmente, senza quegli ultimi dieci terribili minuti del match fra jugoslavi e polacchi.

Questi ultimi difendevano la loro porta come tigri e avevano un punto di vantaggio. Tutti erano molto eccitati: sarebbero riusciti a pareggiare i Jugoslavi? L’arbitro era molto indaffarato per evitare che il gioco degenerasse in una mischia, data l’atmosfera tesa. Due minuti prima del calcio di chiusura l’ala destra jugoslava fece un ultimo tentativo. Fu un passaggio magnifico, il centroattacco prese la palla e calciò in porta. Goal! Il pareggio era stato ottenuto, ma costò assai caro, perché il centroattacco jugoslavo si accasciò colpito da una sincope mortale.

Tutte le partite vengono sospese e la direzione del campo apre un’inchiesta che affida agli stessi prigionieri. La verità, spiega Steiner, è che “il morto era ammalato di cuore e che i medici gli avevano severamente proibito di giocare”. “Lo strapazzo del football, gioco molto diffuso, ma faticoso non è per tutti”, dicono i medici. Tutti gli aspiranti calciatori vengono sottoposti a scrupolose visite “per sapere se potevano sopportare simili fatiche”. Poi, un giorno, la sorpresa: “La fama della nostra forte squadra di calcio si propagò e fummo invitati a giocare a Cosenza”. Il direttore del campo avrebbe dato volentieri il proprio assenso ma, secondo il racconto del prigioniero viennese, non poteva farlo senza l’autorizzazione dei superiori da Roma. Autorizzazione che, forse per via di quella tragica morte in campo, non arrivò mai. E così, conclude Steiner“il nostro sogno, di giocare una volta tanto fuori dal campo, di giocare un vero e proprio incontro di calcio, rimase quello che era: un sogno!”.

Per approfondire:

-Fondo Kalk del Cdec,VII testimonianze e documentazione, busta 6 fascicolo 73.

- Racconto del gioco del calcio a Ferramonti e Impressioni e avventure calcistiche di Steiner, cc. 2, dattiloscritto.

- Come vendevo sapone al Ferramonti di Steiner, cc. 2, dattiloscritto.


Si ringrazia Mmasciata.it (direttore Alfredo Sprovieri) nel quale era uscita, il 25 aprile 2017, una prima versione dell'articolo, ripreso dall'autore Matteo Dalena.

Fotografie del Fondo “Israel Kalk” del Centro di documentazione ebraica contemporanea di Milano

Riproduzione riservata © Copyright I Parchi Letterari


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Ferramonti di Tarsia (Cs)

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