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Premio Letterario Carlo Levi, XIX° Edizione

29 Ottobre 2016

Nell'anno della candidatura di Aliano a capitale italiana della cultura per il 2018, il Premio Letterario Nazionale “Carlo Levi” taglia il traguardo della XIX edizione: ecco i vincitori
Premio Letterario “Carlo Levi”: i vincitori della XIX edizione
Aliano, Sala Conferenze
29 ottobre 2016

Conferenza stampa di presentazione a Roma, Società Dante Alighieri, 18 ottobre ore 11.00

Nell'anno della candidatura di Aliano, unico fra i comuni lucani, a capitale italiana della cultura per il 2018, il Premio Letterario Nazionale “Carlo Levi” taglia il traguardo della XIX edizione. E lo fa con la proposta di opere di notevole valore: Appia di Paolo Rumiz per la Narrativa ; L'arse argille consolerai di Nicola Coccia e La pittura dell’800 in Puglia di Christine Farese Sperken per la Saggistica; Grassano Melitense Memoria e territorio di Nicola Montesano per la sezione regionale; Il lessico magico di Rossella Pace come migliore tesi di laurea.
Il lavoro della Pace si avvale di un'accurata ricerca sul campo, in cui il fenomeno linguistico è stato sapientemente correlato agli aspetti antropologici ed etnologici caratterizzanti il mondo narrato da Carlo Levi nella sua opera letteraria e pittorica.
Un premio speciale fuori concorso è stato assegnato a Il blu e il rosso nel Mediterraneo colori di un millennio, di cui sono coautori padre Angelo Cipollone, Rettore del benemerito Istituto “Ada Ceschin Pilone” e del Centro dei Padri Trinitari di Venosa, e Francesco Di Tria, medico con la passione della letteratura e della storia. Temi fondamentali dei due raffinati volumi, che compongono l'opera, sono la presenza dei Padri Trinitari in Lucania/Basilicata e il loro forte impegno per il recupero e il reinserimento dei disabili, ispirato da carità cristiana e da molti anni dispiegato con spirito missionario nel mondo della sofferenza.

In Appia Paolo Rumiz racconta la storia e la leggenda, il bello e il brutto, il bene e il male, la vita e la morte, che gravitano intorno all'antica via romana per 612 chilometri da oltre ventitré secoli. L'autore, nato a Trieste nel 1947, già inviato speciale del Piccolo e tuttora firma illustre de la Repubblica, ha seguito e raccontato nello scorcio finale del secolo passato i drammatici eventi dell'area balcanica. Ne è testimonianza il magistrale reportage Maschere per un massacro, che disvela, oltre ogni ipocrisia e mistificazione, tutto ciò che ci siamo rifiutati di sapere sulla guerra in Jugoslavia.
L'inizio del nuovo millennio ha visto Rumiz impegnato come inviato speciale nell'inferno dell' Afghanistan e in Africa, oltre che viaggiatore instancabile e curioso, che ci ha regalato ammirevoli reportage dall'Italia e dall'Europa e moltissimi libri di successo. Fra i tanti si ricordano qui La leggenda dei monti naviganti, E' oriente e Trans Europa Express. Ma anche Morimondo, un libro sul grande fiume Po. E, infine, Come cavalli che dormono in piedi, il racconto avvincente di uno straordinario viaggio in treno per i luoghi che, primi, conobbero gli orrori della Grande Guerra.
Nel libro, che si è aggiudicato il Premio Levi, Rumiz realizza un ben riuscito «amalgama di archeologia, inchiesta, paesaggio, etnologia e impressioni personali», offrendo uno spaccato del “Bel Paese” attraverso una narrazione asciutta e densa, atta a «registrare le voci dei luoghi». Emerge, alla fine, quanto sia stata nel tempo offesa e violentata, «dimenticata in secoli di dilapidazione, incuria e ignoranza» e «presa talvolta a picconate peggio dell’Isis», la «madre di tutte le vie», che il grande Orazio celebrò in una delle sue satire più belle e che nell’Ottocento attirò l’attenzione di scrittori, archeologi, storici e artisti vari.

Abruzzese di nascita, ma fiorentino d'adozione è Nicola Coccia, l'autore del saggio L'arse argille consolerai - Carlo Levi, dal confino alla Liberazione attraverso testimonianze, foto e documenti inediti.
Nel 1966 Coccia fa l'esordio di cronista all’Avanti di Firenze, dove si era trasferito all'età di cinque anni, e due anni dopo entra nella redazione fiorentina del Lavoro di Genova, diretto da Sandro Pertini. Qui si occupa del primo duplice omicidio del mostro di Firenze, seguendo poi la triste vicenda per la Nazione, dove è assunto nel 1978. Nello storico quotidiano toscano si occupa anche dei più rilevanti fatti cittadini: la strage del treno 904, l'uccisione del sindaco Lando Conti, l'individuazione dei covi utilizzati dalle bierre durante e dopo il sequestro Moro, la bomba di via Georgofili. Ha scritto della tragica fine di Giovanni Gentile, il filosofo ucciso nel 1944, intervistando molti partigiani e ha realizzato, di recente, un documentario storico per un Museo fiorentino.
Il saggio L'arse argille consolerai è il frutto di un paziente e intelligente lavoro durante il quale Coccia non solo ha consultato varie fonti d’archivio, ma ha incontrato molte persone, che semplicemente conobbero Levi, o magari ebbero un ruolo importante per la sua esperienza umana e politica, durante il confino politico in Lucania e durante la clandestinità a Firenze, mentre la città era assediata dai nazi-fascisti. Giovanni Colaiacovo, immortalato in un celebre dipinto leviano con la sua capra Nennella; il farmacista Giovanni Maiorana, uno dei ragazzi che s'intrattenevano con il pittore confinato; Maria Ippolita Santomassimo, la sindaca che accolse l'artista nella sua ultima visita ad Aliano e si adoprò poi perché ad Aliano egli fosse sepolto. Ma anche Manlio Cancogni, Vittore Branca, Mario Carbone, i parenti di Anna Maria Ichino, Anna Olivetti, la figlia inconsapevole che scoprirà molto tardi la vera identità del padre. L’opera di Coccia, perciò, ha il grande merito di illuminare molti aspetti della biografia di Levi, soprattutto nel periodo dei tragici e convulsi anni fiorentini della Resistenza e della Liberazione. Sono gli stessi anni in cui l'artista torinese si convinse a scrivere Cristo si è fermato a Eboli, mentre, ricorda poeticamente Umberto Saba, «rombava ancora il cannone, e Firenze / taceva, assorta nelle sue rovine».

Il saggio La pittura dell'800 in Puglia di Christine Farese Sperken, articolato ed organico, è distinto in due sezioni, una che tratta del primo Ottocento, l’altra, molto più ricca, del secondo Ottocento. Qui ampio spazio è dedicato a Giuseppe De Nittis, la cui figura è stata oggetto di studi approfonditi negli ultimi venti anni e al cui nome è stata inaugurata a Barletta una Pinacoteca nel 2007. La Sperken, nata in Germania e laureata in Storia dell'Arte all'Università di Monaco di Baviera, ha dunque realizzato una documentata e raffinata indagine su aspetti rilevanti dell'arte pugliese, evitando che la Puglia rimanesse ancora una terra incognita riguardo all’ambito artistico e alla sua realtà museale. E' questo uno dei grandi meriti della studiosa tedesca, che da dieci anni è professore associato di storia dell'arte contemporanea nell'Università di Bari e che da tempo si occupa con rara competenza della pittura e della scultura dell'Ottocento e del primo Novecento nell'Italia meridionale. Lo evidenziano le numerose mostre che ha realizzato quale Ispettrice della Pinacoteca Provinciale di Bari e le tante e preziose pubblicazioni, di cui piace qui ricordare i saggi Francesco Netti, pittore e letterato; Giuseppe De Nittis, da Barletta a Parigi; La scultura monumentale in Puglia dall'Ottocento al Novecento.

Nicola Montesano è docente di storia medievale presso l'Università di Basilicata. Fra i temi della sua ricerca scientifica si segnala lo studio degli insediamenti degli Ordini religiosi e cavallereschi nell'area mediterranea, di cui è valida prova il libro Il Priorato di Barletta. Nel saggio Grassano Melitense l'autore intende rappresentare un periodo significativo dell’antica storia del paese, che poi avrebbe ospitato Carlo Levi nella fase iniziale del suo confino lucano. Oggetto di studio è l'arrivo dei Cavalieri giovanniti, che, letto e interpetrato in un più ampio contesto, è considerato un'opportunità per l'Oriente di essere rifornito di prodotti cerealicoli dal territorio di Grassano. Con tale ricerca accurata e originale Montesano contribuisce a recuperare le radici e l’identità di un paese, che, al pari di altre comunità lucane, conobbe l’avvicendarsi nei secoli di molte culture.

Le opere vincitrici della XIX edizione, dunque, sono degne della nobile tradizione del Premio, che nel passato è stato assegnato a grandi narratori quali Raffaele Nigro, Dacia Maraini, Isabella Bossi Fedrigotti, Michele Prisco, Alberto Bevilacqua, Vincenzo Cerami, Giuseppe Pontiggia, Giorgio Montefoschi, Tahar Ben Jelloun, Dritëro Agolli, Raffaele Crovi, Carmine Abate, Giuseppe Lupo, Guido Conti. E, per la saggistica, a personalità altrettanto prestigiose come Lorenzo Mondo, Walter Pedullà, Gianni Riotta, Pino Aprile, Gianni Oliva, Stefano Rodotà, Giovanni Russo, Ariel Toaff. V. Angelo Colangelo

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