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La Coscienza Circostante. Oceano

14 Agosto 2026
La Coscienza Circostante. Oceano
Ho finalmente capito che il momento di massima paura è anche quello di minimo pericolo.

9.  Oceano*

 Quante cose belle sono successe in questa prima parte del 2026. La promozione ricevuta a lavoro fa parte di queste, ma oggi non ne parleremo. Questa raccolta di pensieri sparsi è nata per provare ad aiutare le persone a ritrovare sé stesse, a trovare conforto, compagnia, condivisione in un momento di dolore. Anche in questo capitolo perseguiremo questo obiettivo, perché è giusto così. Di cosa parleremo, dunque? Inizieremo dalla mia vacanza a Miami, a fine marzo, col mio amico Stefano. 

 È nato tutto una domenica pomeriggio di inizio febbraio, davanti a un bicchiere di vino di troppo. Ero a pranzo con altri amici. Stefano mi scrive all’improvviso: “andiamo a Miami?”. Rispondo subito di sì. Non avevo mai fatto viaggio transoceanici, non avevo mai attraversato l’Oceano Atlantico sull’aereo, fermo in quella stanza dello spirito e del tempo per dodici lunghe e interminabili ore. Il solo pensiero mi aveva sempre terrorizzato. “E se mi venisse un infarto nel bel mezzo dell’Oceano?”, “E se l’areo avesse un’avaria fuori dai perimetri degli aeroporti continentali?”, “E se scoppiasse un motore nel bel mezzo dell’Oceano?”, ma soprattutto: “come potrei reggere 12 ore consecutive in tensione, pensando a tutte queste catastrofi insieme?”. Partire per raggiungere l’altra parte del mondo è bello, stimolante, ma il pensiero di dover affrontare tutte quelle ore di aereo mi era sempre sembrata una tortura. Una punizione, come sono solito ripetere spesso. 

 Ma quella domenica di febbraio dissi subito di sì. Perché? Perché avevo fissato per il 23 aprile il primo dei due interventi maxillo-facciali che avrei dovuto fare per iniziare a curare il mio progenismo, malformazione in cui la mandibola è eccessivamente sviluppata e sporge in avanti rispetto alla mascella superiore. Si tratta di quella che a Roma siamo soliti chiamare “scucchia”, con buona pace degli sfortunati che se lo sentono dire. Tipo me. Dunque, pensavo: "se mi succedesse qualcosa durante l’intervento? Dai non posso andarmene senza esser mai andato in America!”. Detto, fatto, non senza ansia, dissi di sì. Subito. Il vino aveva aiutato.

Il giorno della partenza sembrano lontano, ma se non vivi aspettando, anzi, se vivi rimandando, i giorni passano subito e quel 20 marzo arrivò praticamente in un batti baleno. Mi aspettavo un’ansia montante, una escalation di emozioni contrastanti che alla fine mi avrebbero portato ad abbandonare il mio amico in aeroporto e tornare a casa. Non pensavo che ce la avrei fatta. Ma il viaggio inizia, si fa scalo a Barcellona. Arriviamo, mangiamo e sentiamo lo speaker annunciare l’inizio delle operazioni di imbarco per il volo destinato a Miami. Ricordo che nemmeno avevo fame, ma mi volevo godere l’ultimo panino. Alla fine, tocca a noi, ci mettiamo in fila e ci imbarchiamo. Era la mia prima volta su un aereo così grande, era il mio primo volo transoceanico. Due chiacchiere con Stefano e si parte, l’aereo decolla. Ci aspettavano 12 lunghe ore di punizione nella stanza magica.

A volte vorrei essere tetragono come lui, che non hai mai fatto terapia eppure è molto più solido di me che ci vado da dieci anni. Sembra non aver paura di niente. Tratta le paure al pari di misere illusioni e le distrugge tutte in fila, una dietro l’altra. Non ho minimamente idea di come ci riesca, ma lo stimo molto per questo. Alla fine, però, quella paura la avevo demolita anche io, al fianco di una persona che mentre lo facevo, gioiva più di me. Avere al proprio fianco persone che sono più felici di te quando ti vedono oltrepassare le tue aree di confort, per me significa quasi essere fortunati come chi riesce a trovare l’America senza attraversare l’Oceano. Io vicino a me ne avevo una e dopo aver trovato l’America nella vita, finalmente, grazie a Stefano, la avevo trovata anche con i piedi. Non scorderò mai la sensazione di gioia che provavo mentre dal finestrino dell’aereo vedevo in lontananza i grattacieli di Miami: avevo vinto una delle più grandi paure della mia vita, mi sentivo al settimo cielo. Al decimo, anzi. Era bellissimo. Ricordo che per tutti gli otto giorni di vacanza continuavo a ripetere: “Ma ti rendi conto di dove siamo? Ti rendi conto che siamo a Miami?”. Mi sembrava un sogno gigantesco. Una vacanza indimenticabile.

Perché ho raccontato questa esperienza? Perché tutte le scelte che facciamo, le facciamo per una ragione ben precisa, anche se ancora non la conosciamo. Semplicemente perché non siamo ancora arrivati a focalizzarla nella nostra mente. La nostra vita è come un climax ascendente di decisioni che ci aiutano a prenderne altre, di paure che superiamo per allenarci a superarne altre. È esattamente quello che è successo a me.

Quella stanza dello spirito e del tempo che per 12 ore viaggiava a mille chilometri orari, mi ha aiutato a superare una paura ancora più grande, quella dell’intervento, dell’anestesia totale. Se ci pensiamo la paura dell’aereo e la paura dell’anestesia sono un po’ lo stesso tipo di paura, perché entrambe fanno parte delle infauste paure del controllo. Hai paura perché l’aereo non lo guidi te, hai paura perché non ti operi da solo, hai paura perché non vedi quello che sta facendo quella persona a cui ti devi affidare per forza. Volente o nolente. Quando sei un maniaco del controllo, che siano due o dodici, le ore in cui non puoi controllare sembrano infinite, ti fanno impazzire. Sono quelle a farti avere paura. È l’immagine dello stress psicologico che ti prefiguri a farti tremare di paura, mica la paura in sé.

Comunque, come il giorno della partenza, alla fine è arrivato anche il giorno dell’intervento. Quel maledetto 23 aprile che speravo non arrivasse mai. Qui la paura del controllo era ancora più grande perché si collegava a tanti micro-traumi della vita passata che speravo di aver lasciato alle mie spalle. Le prese in giro del liceo sulle dimensioni della mia mandibola, i tentativi di nasconderla con lo scaldacollo e poi finalmente con la barba, che negli ultimi dieci di vita non avevo mai tagliato per provare a mimetizzare quel difetto che mi aveva così tanto fatto soffrire. Quando ero piccolo volevo sottopormi all’intervento per essere più bello, ma successivamente la psicoterapia e il primo grande amore mi avevano fatto dimenticare delle sofferenze e del difetto. È riemerso tutto dal dentista, durante una pulizia dei denti che ha mostrato denti ballerini. Il progenismo di solito fa prolassare le gengive ed espone i denti alla caduta: l’intervento non poteva più essere rimandato. Se per anni mi ero scordato del difetto estetico, adesso l’intervento lo dovevo fare per forza, per provare a non perdere i denti, e quel difetto che pensavo di aver superato, improvvisamente mi sembrava ancora più grande. L’ineluttabilità della scelta però cozzava con la fatica del percorso che vedevo dietro di me: dieci faticosi anni di psicoterapia che nei giorni prima di operarmi mi sembravano sprecati. Non riuscivo a darmi pace, mi sembrava di darla vinta a tutti quelli che negli anni mi avevano preso in giro. Non volevo nessuno al mio fianco e mi sbagliavo, perché nessuno di noi è forte abbastanza da riuscire ad affrontare tutto, anche se è difficile da accettare. E infatti quel 23 aprile scappai, l’intervento non lo feci.

Qualche giorno dopo ho scoperto perché. Un problema di vergogna: mi vergognavo di me stesso, di sfidare la sorte per un intervento che alla fine non aveva lo scopo di salvarmi la vita. Ancora, di darla vinta a chi mi aveva sempre preso in giro. Ma sbagliavo, non ero lì per nessuno, ero lì solo per me, non lo avevo ancora capito. E soprattutto mi vergognavo anche di qualcos’altro: di aver bisogno di aiuto. Quella volta non potevo farcela da solo, anche se non riuscivo ad accettarlo. Grazie a Roberta, però, la mia psicoterapeuta, alla fine l’ho capito.

Due giorni dopo l’infausto tentativo rifissai subito la data, come agiscono le persone che fanno un incidente in macchina e si rimettono subito alla guida per paura di non farlo più. Quasi un mese dopo: la nuova data era il 22 maggio, ma questa volta avevo scelto: non sarei andato da solo. Secondo voi chi era la persona perfetta per accompagnarmi? Stefano, ancora una volta lui. Per non lasciarlo da solo, questa volta sono venuti anche Claudio e Chiara, la sorella del mio amico Alessandro. Avevo bisogno di persone che in questo aspetto della vita, la paura della morte, fossero più solide di me, per davvero o anche all’apparenza.

Ricordo che Chiara non ha mai smesso di sorridere, nonostante il dolore che porta nel cuore, Claudio di prendermi in giro, Stefano di rincuorarmi. Prima che l’infermiera mi placcasse per portarmi in sala operatoria, ricordo che mi ha detto: “stai tranquillo, se temevo che morissi, non sarei mai venuto qui a rovinarmi la giornata”. Era quello che mi serviva. Mi portarono su in sala operatoria, l’indecisione era tanta, non riuscivo a convincermi a firmare l’ultimo consenso dell’anestesista. Ma poi il chirurgo mi ha detto: “fidati di me”. In un epoca in cui abbondano i consulenti della salute, trovarsi davanti a un medico vero, è stato davvero rincuorante, e infatti ho firmato subito. Quando mi sono svegliato, Enzo mi ha detto che vedermi confidare totalmente in lui, rappresentava una delle più grandi soddisfazioni della sua vita. Lo è anche per me, aver incontrato lui. I giorni successivi sono stati faticosi, difficoltà a mangiare, litri di sangue dal naso, la faccia gonfia come quella di un tricheco. È stata davvero dura, ma il peggio sta passando, ora che ormai sono passati più di 15 giorni. Quanto mal dell’anima mi ha aiutato a superare questo piccolo dolore fisico, ricordo che due minuti dopo essermi risvegliato, già ballavo e cantavo in stanza. Che gioia, che soddisfazione per aver spazzato via l’ennesima grande paura.

Volete sapere a cosa ho pensato mentre firmavo l’ultimo consenso e venivo sedato? Alla gioia che provavo mentre atterravo a Miami, a quella piccola vittoria così grande dopo una vita all’insegna della paura. È stata quella sensazione ad aiutarmi a non aver paura dell’intervento e quando mi sono svegliato, ne ho provata una simile ma ancora più grande. Tra nove mesi mi aspetta un secondo intervento ancora più invasivo, le ore di anestesia totale saranno quattro, il doppio di quelle dell’intervento che ho già fatto. Ma adesso posso far tesoro di quella sensazione, posso tirar fuori quel totem, ho strumenti che prima non possedevo. So come sconfiggere l’immagine dell’Oceano ruggente sotto l’aereo, l’allegoria più grande di tutte le paure del controllo. Ho finalmente capito che il momento di massima paura è anche quello di minimo pericolo. Ha ragione Jova quando canta che “l’Oceano più insidioso è proprio quello che abbiamo nella testa”.

Alessandro Di Mattia 

 *Leggi : La coscienza circostante. 1. Prefazione. Siamo ancora qua; 2. Per quanto ancora? ; 3. L'alfabeto greco; 4. L’ossessione del piano A ; 5.Il Dio degli inglesi ; 6.  Eudaimonía ; 7. Καιρός ; 8. Caramelle

Immagine: La stanza dello spirito e del tempo, Alessandro Di Mattia


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