Il 26 maggio di novant’anni fa, era un martedì come quest’anno, avendo goduto con altri confinati di un’amnistia in seguito alla proclamazione dell’Impero, inaspettatamente e con oltre due anni di anticipo rispetto alla pena comminata Carlo Levi interruppe il suo soggiorno obbligato in Lucania. Vi era stato confinato per la sua ferma opposizione al fascismo. Il 3 agosto del 1935 giunse a Grassano, ma il 18 settembre, essendo stata ritenuta quella prima destinazione poco sicura, su proposta del Prefetto di Matera fu trasferito ad Aliano, un paese isolato in un mare di calanchi e difficile da raggiungere per la quasi assoluta mancanza di strade.
Ma la liberazione dal confino non pose fine alla lotta al regime, che anzi diventò ancora più intransigente dopo l’emanazione delle leggi razziali, lo scoppio della guerra, l’occupazione della penisola da parte dei Tedeschi, la guerra partigiana contro il nazifascismo. Tali drammatici avvenimenti videro sempre Levi schierato in prima linea sino alla fine della dittatura e alla proclamazione della Repubblica, avvenuta giusto dieci anni dopo che egli ebbe lasciato la Lucania. E da testimone privilegiato, talora anche da protagonista, visse pure i primi anni del ritorno alla democrazia, che raccontò in maniera impareggiabile nello stupendo romanzo L’orologio, che è una significativa conferma del suo alto e coerente impegno politico e civile.
Molto si è detto e scritto negli anni riguardo al soggiorno obbligato lucano e agli effetti che esso produsse sull’artista torinese. Ne sono una valida testimonianza anche i numerosi contributi critici al celeberrimo libro Cristo si è fermato a Eboli, alle cui pagine era stata affidata la suggestiva narrazione di un’esperienza che, pur breve, senza alcun dubbio rappresentò uno snodo decisivo nella biografia umana, intellettuale ed artistica dell’autore. Qui vale la pena solo di ribadire la forza e l’autenticità del legame che unì Carlo Levi alla Lucania per il resto della sua vita, evocando la sua intensa attività pittorica e poetica nei circa dieci mesi del confino.
Del mondo contadino, tanto diverso da quello urbano cui apparteneva, egli colse subito l’essenza e ne sperimentò giorno dopo giorno gli alti valori etici ed estetici. Così il cielo lucano, i calanchi, Aliano con la fossa del Bersagliere e Grassano sospesa per aria “come una piccola Gerusalemme immaginaria nella solitudine di un deserto” diventarono fin dal primo momento i temi dominanti della sua attività pittorica, che, iniziata nel 1923, mai si era interrotta, neppure nei giorni della detenzione in carcere. I dipinti realizzati nel nuovo e sorprendente paesaggio lucano anticipano in qualche modo le stupende descrizioni del Cristo si è fermato a Eboli, che sarà scritto e pubblicato alcuni anni dopo.
Nelle settantuno tele del confino irruppero naturalmente anche tante persone, molte delle quali erano entrate a far parte nella vita quotidiana del confinato torinese: il figlio del locandiere di Grassano, il podestà, l’arciprete, il medico di Aliano e, soprattutto, i bambini, che gli tenevano consolante compagnia nelle monotone giornate del “pesantissimo ozio alianese”. Mancano quasi del tutto i contadini e le donne del posto ed è lo stesso artista a spiegarne la ragione: «Avrei voluto dipingere anche ritratti dei contadini: ma gli uomini avevano da fare nei campi, e le donne se ne schernivano, per quanto lusingate dalle mie richieste».[i] Una citazione merita, comunque, il ritratto di Giulia la Santarcangelese, la strega contadina, che si prende cura della casa del pittore forestiero e che è da lui rappresentata con il figlioletto nella maestosa posa di una michelangiolesca Pietà contadina.
Non si può non ricordare, a questo punto, che di grande significato sono anche le cinquantadue poesie composte durante il confino. Con i dipinti esse servirono come “puntelli della memoria”, quando molti anni dopo, su sollecitazione dell’amico Manlio Cancogni, Carlo Levi vinse ogni perplessità e si decise a scrivere il Cristo si è fermato a Eboli, mentre Firenze era occupata dai nazisti ed egli, con altri clandestini, viveva nascosto nella casa di Annamaria Ichino in Piazza Pitti.
Molti dei componimenti scritti a Grassano e ad Aliano sono intrisi del sincero sentimento di umana solidarietà, che, fin dal primo giorno nasce spontanea con l’umile gente lucana, nella quale il confinato non ha difficoltà a riscontrare una «casta, sobria ospitalità, / sfiduciata ma vera fratellanza / per chi è povero e diminuito».[ii] Non fa meraviglia, dunque, che il poeta scopra nei giorni bui della separazione dalla famiglia e dagli amici una nuova dimensione di vita proprio «in queste terre nascoste», dove «le tragedie non han palchi, / ma umilmente composte / si recitano in silenzio».[iii]
Il confino di Carlo Levi, come si è già detto all’inizio, ebbe termine nella primavera dell’anno successivo al suo arrivo. Il 20 maggio un telegramma prefettizio comunicava che «S. E. il Capo del Governo si era benignato di disporre la liberazione» sua e di altri dieci confinati alianesi per un’amnistia seguita alla proclamazione dell’Impero. Il 26 maggio, dunque, lasciò Aliano, dove tornò per la prima volta dieci anni dopo, in occasione delle elezioni dell’Assemblea Costituente. Vi sarebbe poi tornato altre volte, anche in incognito. L’ultima visita avvenne circa un mese prima della sua improvvisa scomparsa. Tutto ciò è il segno tangibile che la terra del confino era diventata il luogo dell’anima, perché rappresentava il simbolo di una civiltà capace di riconoscere e di esaltare i diritti e la dignità dell’intera umanità. Era insomma, come scrisse lo stesso Levi, la metafora della «Lucania che è in ciascuno di noi» e nello stesso tempo delle «tante Lucanie sparse nel mondo».
Angelo Colangelo
[i] C. Levi, Cristo si è fermato a Eboli, Einaudi, Torino, p.135
[ii] C. Levi, Così ritrovato cielo …, 10 agosto 1935
[iii] C. Levi, In queste terre nascoste …, 31 marzo 1936
Immagine di copertina ispirata dal Calendario Carlo Levi ad Aliano 2026 - Grafica Vito Caruso
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