Home Mission Parchi Viaggi Eventi Multimedia Contatti
Il Magazine I Numeri Almanacco Contatti
Italiano English Français Norsk Ελληνικά Español Português Deutsch 中文
Menu

Il Professore Vincenzo Tusa intervistato da Adriana Pedone nell'ottobre del 1990

10 Maggio 2026
Il Professore Vincenzo Tusa intervistato da Adriana Pedone nell'ottobre del 1990
Intervista a Vincenzo Tusa su Selinunte, gli studi fenicio-punici e la tutela dell’archeologia siciliana.

Adriana Pedone: Prof. Tusa, lei è stato soprintendente alle antichità della Sicilia occidentale dal 1963 al 1985 e libero docente di Antichità Puniche presso l'Università di Palermo. E' autore di numerosi saggi sulle civiltà Fenicio-Puniche ed Elime apparsi su numerose riviste italiane e straniere.

Vincenzo Tusa: Ho insegnato all'università prestato dalla soprintendenza perché nel 1964 avevo conseguito la libera docenza in antichità Puniche, ho insegnato per 24 anni Antichità Puniche, una materia che non c'era mai stata prima. Un nuovo corso iniziato contemporaneamente a Roma e Cagliari, e di cui il merito va riconosciuto a Sabatino Moscati per avere aperto la cultura italiana alla conoscenza della cultura fenicia. Moscati ha promosso alcuni scavi ed ha portato all'università italiana i risultati del nostro lavoro.

P: Non solo i Greci e i Romani, voi siete andati ancora indietro nel tempo. Come è nato in lei questo interesse?

T: Io sono tornato in Sicilia dopo essere stato a Bologna nell'amministrazione delle antichità e belle arti, come allora si chiamava, ed avere studiato a Catania e Roma. A quei tempi, nei nostri studi, non si parlava d'altro che di civiltà greca e romana, però facendo scavi a Solunto vicino Palermo trovai cose che non capivo. La storia la conoscevo: in quella parte della Sicilia c'erano stati i Fenici ma archeologicamente non ne conoscevo nulla. Ho trovato reperti che non conoscevo. Un giorno venne a trovarmi un religioso protestante di cui non ricordo più il nome, insegnava in una università americana e volle essere accompagnato a visitare gli scavi di Solunto. Lui capì che io non capivo niente.

P: Si era negli anni '50 e questo signore si ferma presso di lei più del previsto... 

T: Addirittura due giorni. E mi disse che quello che stavamo facendo noi non andava bene, mi disse che dovevamo andare culturalmente più indietro e mi diede delle indicazioni bibliografiche interessanti. Addirittura mi consigliò di visitare tutto il Medio Oriente, specialmente i paesi del nord Africa, di conoscerli. Questa fu la prima scintilla, continuai a studiare ed a scavare; dopo ci fu l'incontro determinante con Sabatino Moscati che essendo titolare della cattedra di filologia semitica all'università di Roma promosse degli scavi archeologici in vari paesi del Mediterraneo, in Libano in Siria, dappertutto. Promosse anche degli scavi nell'isola di Mothia che è stata la principale città fenicio-punica e cosa importante per me mi spinse a prendere la docenza e così fu che potei passare all'insegnamento.

P: Lei ha fortemente contribuito alla salvezza dei ritrovamenti archeologici di Selinunte. Selinunte che è considerata una perla della Sicilia occidentale. Si racconta di una folla di tombaroli che infestavano la zona... 

T: Il 12 marzo del '63 io fui nominato soprintendente delle provincie di Palermo e Trapani.

P: Provincie gravate da molti affanni... 

T: Situazioni non molto chiare. Non voglio mettere in sott'ordine Segesta, Solunto, Mothia ma Selinunte è indubbiamente la zona archeologica più importante della Sicilia occidentale; ancora oggi non so razionalmente spiegarmi questo mio convincimento, ma Selinunte è una cosa diversa da tutte le altre. Su di me esercita un fascino ed una attrazione diversa dagli altri posti. Quando andavo là, mi affacciavo alla finestra della vecchia casa dove c'era il nostro ufficio e guardavo incredulo gli scavatori clandestini che nel pomeriggio ritornavano dal loro "lavoro" e mi salutavano: baciamu li manu professore! E fra me dicevo che lì dovevamo starci o loro o io. Se fossi riuscito a risolvere questa faccenda bene, altrimenti me ne sarei andato via. In alternativa avrei fatto l'agricoltore come mio padre. Ma come avrei dovuto muovermi? A causa dei problemi burocratici sarebbe stato impossibile fare qualcosa. Il Banco di Sicilia fin dal 1925 ha una fondazione che porta il nome di un suo direttore generale, Mormino. Fondazione molto attiva fra l'altro anche in campo archeologico per degli scavi da me stesso diretti per conto della soprintendenza. Fu così che mi decisi ad andare a trovare il presidente del Banco Carlo Bazan, e a dirgli come eravamo costretti ad assistere impotenti al saccheggio delle tombe. Non potevamo più aspettare i tempi lunghi del finanziamento della soprintendenza. Fu così che la fondazione Mormino stanziò subito 3 milioni per gli scavi e così si diede inizio ai lavori. Le zone delle necropoli sono abbastanza vaste, pensi che a Selinunte dalla città antica per 5 km ci sono tombe cosicché mentre noi scavavamo da una parte i tombaroli scavavano dall'altra. 

P: In concorrenza due tipi di lavoro, uno legale ed uno illegale.

T: Pensavo che sarei stato costretto ad interrompere i lavori e così tornai dal Presidente Bazan e gli chiesi di aumentare lo stanziamento e di assumere tutti i clandestini oppure di riprendersi il precedente stanziamento ed io avrei sospeso i lavori e mi sarei dimesso. La Fondazione Mormino stanziò altri 10 milioni, eravamo nei primi anni '60 e per noi era una cifra impensabile. Il lavoro di Selinunte proseguì ininterrottamente per altri 4 anni. Si lavorava su terreno sabbioso e si interrompeva soltanto in caso di pioggia.

P: Professore, è cosi che avete trovato circa 20mila oggetti. 

T: Come potrei parlarle di tutti questi ritrovamenti... posso solamente dirle che come prevede la legge io ho proposto al ministero di dare al Banco la concessione per gli scavi assumendosene tutti gli obblighi inclusi gli stipendi per il personale e le trasferte per i funzionari. All'ente concessionario però sarebbe spettato un quarto del valore delle cose trovate. Alla fine ho dovuto io stesso valutare i 20mila oggetti, in gran parte ceramiche, statuette in terracotta ecc. Al Banco si sono dati circa 4200 oggetti fra quelli ritrovati. Che sono stati sistemati da me stesso, a titolo personale, a Villa Zito in via Libertà a Palermo, dove si trova la fondazione Mormino.

P: Il rimanente dei reperti si trovano al museo archeologico di Palermo.

T: Io ne ho fatto pubblicare una parte, non avrei potuto farlo per tutti, essendo moltissimi. Per la parte riguardante la ceramica si è occupato il Prof. Giudice di Catania ritenuto, riguardo alla ceramica greca, uno fra gli studiosi più esperti in campo internazionale. Anche l'università di Zurigo si occupa di pubblicare i nostri reperti.

P: Cosa può dirci del mestiere di archeologo. Dico mestiere perché si pensa sempre all'archeologo come uno che scava con le proprie mani.

T: Certo bisogna togliersi dalla mente l'idea dello scavo, essendo questo soltanto uno degli episodi nella ricerca delle testimonianze della storia. Prima dello scavo ci sono gli studi, lo scavo è come un'operazione chirurgica che non si può fare se non si è preparati a scoprire cose impreviste e ad avere la capacità di affrontarle. Si devono sapere guidare gli aiutanti, infine c'è il restauro, fase molto delicata e poi la pubblicazione dei reperti, perché se queste cose non si pubblicano è forse meglio lasciarle sotto terra.

a cura di Adriana Pedone
Roma, ottobre 1990

Immagine: Selinunte

I testi nel portale, soggetti a Copyright, sono utilizzabili mediante autorizzazione e citazione della fonte.


Torna indietro
I Parchi Letterari®, Parco Letterario®, Paesaggio Culturale Italiano® e gli altri marchi ad essi collegati, sono registrati in Italia, in ambito comunitario ed a livello internazionale - Privacy Policy
Creazione Siti WebDimension®