Non può che generar poeti una terra che è un’isola in mezzo al mare: Zante. Onde come specchi mobili di cristallo la bagnano da ogni parte, in un baluginare di riflessi che, come un trompe l’oeil, confondono ogni limite, dilatano lo spazio, spingono a levare insieme l’ancora e lo sguardo, a contemplare il cielo che tutto comprende: il περιέχων, il tutto abbracciante di Anassimandro. La solitudine dell’anima si arrotonda qui nell’orizzonte più vasto, come in un sorriso cosmico, un θαύμα prodigioso, dove tutta la natura parla un solo linguaggio. Che non può essere che quello della poesia. Perché, in fondo, ogni anima è un’isola. Fermentante di sogni e visioni. Di allucinazioni che sciolgono la mente in fantasmi di luce. E l’isola a sua volta induce a sognare, rende labile ogni confine con la realtà. Innalza al cielo immagini vestite di nuvole e parole, diamanti di smeraldo che solo i poeti sanno creare. È grazie a loro che l’anima prende il volo e non smette più di cantare. Poiché nel canto poetico sopravvive in eterno tutto ciò che perisce, l’antica città di Troia come Ulisse, Aiace, Achille ed Ettore, Elettra e Cassandra. Zante ne ha conosciuto tre di grandi: Foscolo, Kálvos, Solomós. Per tacer di Omero, il cieco che vide tra le sue spume marine nascere Venere, l’Afrodite begli-occhi di Esiodo, la Grazia della bellezza divina. È il tocco mitico che ancora l’isola restituisce.
Chi vi nasce, vi resta per sempre, sommerso dal suo fascino. Foscolo piange il suo destino di esule dalla terra natia – dopo la caduta della Serenissima e la fine della presenza veneziana a Zante – ma lì – scrive fin nei primi versi del suo famoso sonetto dedicato “A Zacinto” - “giacque il suo corpo fanciulletto”. Impossibile non sentire un brivido a quel verbo, “giacque”, come se vi fosse sepolto da sempre, fin da quando se ne partì. Non solo perché, com’è noto, partire è un po’ morire, perdersi chissà dove nelle vie del mondo e delle passioni civili, che lo portarono, “profugo alla fortuna e al cielo”, fino a Londra, dove consumò gli ultimi giorni in povertà e fu sepolto nel piccolo cimitero periferico di Chiswick. Non solo perché anticipa di qualche anno l’intero carme dedicato ai Sepolcri, con tutto il carico semantico e simbolico che porta con sé. Ma proprio per l’idea che in realtà v’è un passato che non passa e, se mai egli avrà un degno sepolcro, quello non potrà che essere nella sua amata isola, nella casa dei suoi cari, che non sono più e resterà pertanto una “illacrimata sepoltura”.
Lì dove è nato infatti è la sua patria. Un termine tedesco, Heimat (a cui si avvicina il termine greco Εστία) non può dirlo meglio. La vera patria, più che quella dei padri (Vaterland, πατρίδα), è la casa, il focolare domestico, l’ambiente familiare, il paese in cui sei venuto al mondo, lì dove hai succhiato il latte materno, e con esso le prime parole che danno senso alle cose e mappano il mondo. E la chiesetta di fronte, quella dedicata a san Fanurio, il santo che aiuta a ritrovare ciò che hai perduto. Lì, al lume della sua candela, il fanciulletto andava a leggere e imparò a ritrovare sé stesso: nonostante le traversie della vita, lì non s’è sentito mai perduto. Heimat è il luogo della calda e serena intimità, della non estraneità di ogni cosa, apparizione di una felicità che da piccoli in qualche modo abbiamo provato e toccato con mano e ci portiamo dietro come un sogno sempre ancora da realizzare. E come potremmo altrimenti cercare la felicità, ricorda sant’Agostino, se non l’avessimo intravista o presentita da qualche parte già nell’infanzia? Il lume di san Fanurio a questo serve: a ripercorrere interiormente il tempo vissuto, e a ritrovare ciò che già in nuce avevamo, senza che ne avessimo coscienza. Questa, a sentire Hegel, giunge sempre dopo, a cose fatte: è come la nottola di Minerva, che spicca il suo volo sul far della sera, post festum, quando il giorno s’è ormai compiuto. Domani è un altro giorno, si dice, ma è difficile negare che tutto il lavorio umano sta nel cercare di capire ciò che da sempre abbiamo dentro, scoprire la misteriosa incognita che noi stessi siamo. La fama è precaria, come insegnano i filosofi, dipende dagli altri, e gli altri sono volubili, spesso non all’altezza di comprendere il genio del poeta, che per natura o destino vive sempre “in esilio”, coltivando in sé la segreta nostalgia del ritorno, come un pellegrino ansioso di tornare “alla casa del Padre” (Plotino).
La coscienza pubblica di ciò che è venuto a mancare arriva quasi sempre solo post mortem. Lo Stato italiano, appena costituito, nel 1870 reclama le spoglie del poeta e alla fine le ottiene: sarà sepolto l’anno dopo nel pantheon laico di Santa Croce a Firenze. Ma dalla Grecia arrivano critiche e perplessità, e si apre la contesa rispetto a ciò che appare come un’ingiustizia: Foscolo è più italiano o più greco? “Il padre di Foscolo era corcirese; l’avo corcirese; il bisavo di Candia: tutti greci. Anche il Foscolo [scil. nato a Zante il 6 febbraio 1778], quindi, è greco” – sosteneva Spiridon De Viasis (1843-1927), studioso della genealogia foscoliana. Sul piano linguistico-letterario egli appartiene invece di diritto alla letteratura italiana, non avendo egli pubblicamente mai scritto nulla nella lingua madre, a differenza di Solomós, nel cui caso si può parlare di bilinguismo. È lo stesso Foscolo a tratteggiare la sua identità mista e a indicare l’Italia come “patria eletta”. Circa due mesi dopo la sua scomparsa, il 19 novembre 1827, nella chiesa cattolica di San Marco a Zante fu celebrata una messa in onore del Foscolo. Il poeta Dionisios Solomós pronunciò il suo Elogio di Ugo Foscolo accompagnato dal sonetto In morte di Ugo Foscolo. È importante qui notare, come sottolinea lo studioso Gheràsimos Zoras, che fin nei primi versi “Solomós smentisce i timori del poeta, mettendo in evidenza come gli zantioti non abbiano atteso la sua morte per piangerlo: al contrario, il loro compianto cominciò quando egli lasciò l’isola per rendersi illustre all’estero. In particolare, la sepoltura diventa ulteriore motivo di dolore per la patria, non potendo essa averlo accanto neppure da morto”. Foscolo era per Solomós un maestro e modello, non solo come illustre poeta, ma anche come ardente combattente per la libertà - benché durante il suo soggiorno in Italia (1809-1818) non fosse riuscito a conoscerlo di persona - e conclude il suo sonetto con un augurio che parla di sé: “Se non vuoi che Tua patria si consigli / Col dolor del suo danno, e pianga sempre / Fa che nasca per lei chi Ti somigli”. L’Elogio, a sua volta – nell’enfasi retorica abituale all’epoca – contiene, tra l’altro, un riconoscimento agli Inglesi per l’ospitalità con cui hanno accolto gli ultimi anni della vita di Foscolo, e un conclusivo auspicio che, col suo esempio e le sue preghiere, l’Onnipotente voglia finalmente concedere ai Greci la Libertà.
Quando nel 1870 giunse la notizia dell’iniziativa italiana per riavere la salma di Foscolo, montò l’indignazione da parte dell’intellettualità greca: “Il geniale Foscolo è figlio di Zacinto e greco per nascita e fierezza” (Panaghiotis Chiotis). Nel 1871 il poeta leucadio Anghelos Kalkanis, in un poema in italiano A Zacinto, esprime solidarietà al sindaco di Zante e lamenta questa “seconda perdita” del poeta. Ancora nel 1915 il poeta Kostís Palamás ritorna sul tema delle ultime volontà di Foscolo che, col ritorno della salma in Italia, non sarebbero state rispettate: “Foscolo nacque a Zacinto da madre zantiota e in quest’isola fiorente trascorse i primi anni dell’infanzia e dell’adolescenza. Il poeta italofono, ma più greco per spirito di quanto fosse italiano per lingua, è figlio di Zacinto, come Solomós. Ma Solomós rimase più fedele alla grande madre mentre il suo maestro e conterraneo di vent’anni più vecchio, espatriato prematuramente, non riuscì a rivedere la patria, e fino all’ora della sua morte lo accarezzarono sogni appassionati, e mai realizzati, di un ritorno ad essa”. Nei 1927, in forma congiunta tra Italia e Grecia, si svolsero le celebrazioni per il centenario della morte del poeta in un’atmosfera di grande entusiasmo, anche se non mancò chi – come Alkis Thrilos - vide in quei festeggiamenti in onore di Foscolo un interesse politico dell’Italia fascista per fare propaganda e mettere piede nell’Eptaneso.
A Zante poi passò la guerra, che abbatte ciecamente ogni cosa. Pare che la casa di Foscolo e la chiesetta di san Fanurio siano state le prime a cadere sotto le bombe dell’aviazione italiana durante l’ultima guerra. Di questo obbrobrio conosciamo anche il giorno esatto: era il 6 novembre 1940. Una vergogna a cui si cercò subito di rimediare con aiuti mirati a ricostruire la casa del poeta, se non che arrivò poi il terremoto del 1953, che azzerò tutto di nuovo. Un’ultima beffa alla ”illacrimata sepoltura” denunziata dal poeta che, più che nel pantheon di Santa Croce, aveva qui, nella sua casa natale, il suo vero “giacque”. Nel giardinetto accanto, nel 1969, fu collocato un cenotafio in memoria del poeta, opera dello scultore Ioannis Vitsaris. Ma è grazie soprattutto all’Associazione culturale Ugo Foscolo, fondata a Zacinto nel 2009, e al contributo di vari enti, che nel 2016 è risorta la casa di Foscolo, rifatta esattamente com’era, e con essa sorse una nuova ondata di interessi e iniziative intorno alla sua figura poetica.
Solomós no, non fu né si sentì mai un esule in Italia “ove barbaro giunsi e tal non sono”, scrive ne “La navicella greca”: un’ode all’Italia, che lo rese meno “barbaro” (cioè incolto) e più Greco (cioè più consapevole delle proprie radici e della propria missione). Certo, dopo la tempesta napoleonica, che travolse Foscolo, tutto era cambiato. Egli soggiornò in Italia per studiare e apprendere la cultura italica nonché, paradossalmente, il greco antico, che ancora non possedeva appieno [a Zante si parlava il veneziano e il volgare greco, la dimotikì], insegnando però a sua volta la pronuncia “iotacista” a chi ancora usava la pronuncia erasmiana, come al professor Bellini al Liceo di Cremona. Ma in terra lombarda, a contatto con la cultura nord-europea, egli fu conquistato soprattutto dallo spirito romantico, che accese il suo animo alla lotta per la libertà, e portò con sé poi come una fiaccola ardente al rientro nella sua terra d’origine, pronta a combattere per l’indipendenza dall’Impero ottomano. Così egli divenne il poeta-vate della nuova Ellade, a cui offrì il suo “Inno alla libertà”.
Eliano Zigiotto
Riferimenti bibliografici
Francesca Sensini, “Niccolò Ugo Foscolo in Grecia: prolegomena”, in Cahiers d’études italiennes, 20/2015;
“Barbaro giunsi e tal non sono”, a cura di Leonardo Paganelli, in “Si scrive”, Rivista di letteratura, 1/ 1998;
Alessandra Cenni, “Salve, Libertà”. Foscolo, Calvo, Solomós e il risveglio della coscienza nazionale, Gammarò Edizioni, Sestri Levante (GE) 2023;
Dionysios Solomós, “Poesie scelte”, trad. a cura di Eliano Zigiotto, Ed. GEDI, Roma 2025;
Immagine : Il busto di Ugo Foscolo (Ούγος Φώσκολος) in piazza Dionysios Solomos (Διονύσιος Σολωμός) a Zante (Ζάκυνθος). Opera di Konstantinos Dimitriadis (Κωνσταντίνος Δημητριάδης), 1927.