Carlo Levi Aliano - (Matera)
La Cucina Letteraria
Gnemurielli
“Su quel fuoco coceva, con le scarse risorse del paese, dei piatti saporiti… Le teste delle capre le preparava ‘a reganate’… Delle budella faceva i gnemurielli. Nella cucina più misteriosa dei filtri, Giulia era maestra…”
In un saggio introduttivo, Italo Calvino, parlando di Levi, lo definisce “testimone della presenza di un altro tempo all’interno del nostro tempo, ambasciatore di un altro mondo all’interno del nostro mondo”. E forse è proprio questa, al di là di quella letteraria, la connotazione più importante di “Cristo si è fermato a Eboli”, la scoperta di una condizione arcaica, al limite dell’umano, che è, comunque, teatro della straordinaria civiltà contadina lucana. E lui, lo scrittore, nel farsene ambasciatore ce la racconta nelle grandi problematiche e nei piccoli gesti quotidiani, tra credenze e magie. Nei sapori della cucina povera, ferma nel tempo, che si esprime anche nei regali dei paesani, fichi secchi, salami, focacce dolci.
Una cucina che dipinge i paesi lucani in uno scenario primordiale dove regna la fantasia che riesce trasformare in piatti gradevoli persino le teste di capra cotte nel coccio, tra le braci, ingentilite d’erbe profumate e uova (‘a reganate’). E le budella delle stesse capre, arrotolate come gomitoli su di un pezzo di fegato o di grasso e una foglia di alloro, arrostendo spandono all’intorno “profumi annunciatori di una barbara delizia”.
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