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Franco Costabile - Lamezia Terme (Catanzaro)Lamezia TermePagine in costruzione
Lamezia Terme ![]() Nella seduta del 18 ottobre 1967, la I Commissione permanente (Affari della Presidenza del Consiglio e dell'Interno) del Senato della Repubblica, approva la "Costituzione del Comune di Lamezia Terme, in provincia di Catanzaro". L'art. 1 della proposta di legge dice testualmente: I comuni di Nicastro, Sambiase e Santa Eufemia Lamezia in provincia di Catanzaro sono riuniti in un unico comune con la denominazione di Lamezia Terme. La città di Lamezia Terme si trova nel centro della Calabria tirrenica, sul margine del più breve istmo calabrese che da alcuni siti panoramici può essere compreso con lo sguardo nella sua massima estensione dallo Ionio al Tirreno che, secondo Aristotele, in antico si percorreva in mezza giornata di cammino.
Nata nel 1968 dall’unione dei tre comuni di Nicastro, Sambiase e Sant’Eufemia, Lamezia Terme recupera da un lato il nome della più antica comunità politica attestata nel territorio già in età protostorica, i Lametìnoi insediati presso il fiume Làmetos (Amato); dall’altro richiama la peculiare presenza di sorgenti di acqua termale nel corso del torrente Bagni, in località Caronte.
Per la stratificazione storica del suo territorio e la particolare genesi urbana moderna Lamezia Terme presenta vari e diversificati punti di visita. Il Parco archeologico, in corso di realizzazione nei pressi dell’antico agglomerato urbano di Sant’Eufemia Vetere che conserva nella sua piccola chiesa alcuni elementi antichi di pregio, comprende i resti dell’abitato della città antica di Terina e i ruderi dell’Abbazia benedettina.
Più vicino alla costa di erge il poderoso Bastione di Malta, esempio ben conservato e visitabile del sistema difensivo costiero del XV sec. Verso l’interno la vicina area di Caronte offre, oltre alle acque termali, possibili escursioni nel bosco del Parco naturale del Mitoio.
Nel centro storico di Sambiase si possono apprezzare chiese e dimore signorili di pregio ed è possibile visitare l’Ecomuseo “Luogo della memoria”, una raccolta privata di testimonianze materiali di un recente passato contadino, di modi di vita, di attività e di tradizioni ormai in disuso.
Il centro storico di Nicastro ha mantenuto nei quartieri più antichi l’impianto originario di tipico agglomerato medievale attorno al Castello normanno-svevo, ormai recuperato e fruibile; conserva inoltre bei palazzi in stile barocco, pregevoli chiese con importanti opere pittoriche, ma anche diverse strutture museali che consentono una migliore conoscenza della città: il Museo archeologico, che raccoglie e mostra in modo diacronico i materiali recuperati nel territorio lametino dalla Preistoria al Medioevo; la Casa del libro antico, che conserva quanto rimane delle biblioteche di antichi monasteri, comprese pergamene e cinquecentine; il Museo diocesano, che custodisce rari esempi di arte sacra recuperati nelle chiese del comprensorio, con annessi Archivio e Biblioteca.
Infine il centro moderno di Sant’Eufemia, sorto al tempo della bonifica della piana lametina, mostra un impianto urbanistico realizzato secondo i canoni in uso nel periodo fascista.
SambiaseScrive il Barrio: “ Est in agro hoc (neocastrensi) Blasium pagus, Turres olim Antonino Pio Caesari in Itinerario dictus...” Il Barrio, dunque, è il primo a dire che Sambiase era chiamata Le Torri, nell'itinerario di Antonino. L'Aceti, che annotò l'opera del Barrio, aggiunse Blasium. Il Barrio ne celebra il miele, l'olio, i vini, tutti di grande bontà. Vi nascono li Giunipari (vulgo: Jinipari, ancora oggi la contrada si chiama così), vi sono in questo territorio "li bagni d'acque calde e sulfuree". Non si mostrò persuaso il Giustiniani sull'antichità delle terre di Sambiase o San Biagio, accennato anche da Padre Fiore, il quale ne indica come vecchia denominazione, Le Torri. In tale garbuglio di deduzioni e contraddizioni, diciamo, invece, che Sambiase era un villaggio di Nicastro e che il suo nome deriva da San Biagio, una delle quattordici chiese di Sambiase, visitate dal vescovo Pace nel dicembre del 1769. Infatti, accanto al piccolo cenobio di San Biagio, sorgeranno le prime abitazioni; il nome si adatterà alla fonìa del volgo e diventerà Sambiase. Nel 1482, il feudo di Sambiase, appartenente a Ferrante I d'Aragona, venne aggregato alla Contea di Nicastro fino al 1799, seguendone le stesse vicende storiche. Dopo il 1719, introdotto in Nicastro il Sindaco dei nobili, anche Sambiase ebbe il suo, cominciando ad avere completa indipendenza amministrativa. Nicastro
![]() Racconta Francois Lenormant:..."Vi sono poche città in Calabria per le quali, se si voglia narrare la loro storia, non si sia innanzitutto obbligati, per stabilire l'epoca della loro origine, a sgombrare il terreno di una folta vegetazione di favole accolte con una singolare credulità o anche inventate di sana pianta dagli scrittori indigeni del XVI e XVII secolo e poscia ripetute come parole di evangelo, ma in nessuna parte, forse, noi incontriamo più favole di questo genere e falsificazioni di ogni natura che a Nicastro".
Intorno alle origini di questa Città, c'è, dunque, tutta una fioritura di leggende, di tradizioni e di congetture più o meno attendibili. Studiosi locali e storici di riguardo, l'hanno fatta sorgere ora a colonia ellenistica, ora a colonia etrusca, ausonia, enotria, se non addirittura a Città fondata nel 33 dell'era cristiana col nome di Lissania. L'etimologia della parola Nicastro sta a dimostrare che la Città dovette essere davvero un nuovo abitato, con un chiaro riferimento ad una Città antica da cui è derivata. Il Lenormant, traduce Neocastrum in Castelnuovo, appartenente alla grecità bizantina. Del resto è certo che, se Nicastro è una Città di fondazione bizantina, è fra queste una delle più antiche della Calabria. Essa già esisteva nell' VIII secolo, poiché la Novella di Leone l'Isaurico, che pone i vescovi della estremità meridionale d'Italia sotto la giurisdizione del patriarca di Costantinopoli, annovera il vescovo di Nèocastrum tra i suffraganei dell'arcivescovo di Reggio. La successione dei vescovi di Nicastro, tuttavia, non è conosciuta che dal 1094. Comunque sia, soltanto coi Normanni, comincia Nicastro ad avere un posto nella storia generale. La sua fortezza era allora una delle chiavi della Calabria meridionale; da lì passava la strada che conduceva verso Reggio da Cosenza e da tutto il Vallo di Crati. Già nel 1059, Roberto il Guiscardo, muovendo dall'assedio di Reggio, ancora in mano ai Bizantini, aveva occupato Martirano, Nicastro, che gli aveva opposto qualche resistenza, e Maida. E, nell'infeduare l'Abbazia Benedettina di Sant'Eufemia, da lui fatta sorgere là dove era stata l'antica Lametia (o Terina, come sostiene qualche illustre storico), le assegnò anche una parte della Città di Nicastro, compreso il Castello. A Nicastro, effettivamente, soggiornò l'Imperatore e Re Enrico VI; si ha di lui un diploma datato da questa Città in favore del monastero di San Giovanni in Fiore nella Sila. La sua vedova Costanza fece riparare il Castello di Nicastro durante la minore età di Federico II. E proprio sotto questo Principe, la Città raggiunse il culmine della sua prosperità. Fu Federico II, nella sua lungimiranza politica che, nel 1240, volle il riscatto della Città intera, compreso il Castello. Nicastro, diventò così, Città di Regio Demanio e Federico ne fece anche dimora imperiale di lunghi mesi. Qualche tempo dopo, proprio nel Castello di NIcastro, doveva l'Imperatore Federico rinchiudere il figlio ribelle Enrico, affidandolo alla custodia del castellano Martino D'Ippolito, della Casa D'Ippolito, oriunda di Mantova e trapiantata in Calabria ed in Sicilia. Rimase Nicastro Città Regia fino al 1471 (o 1419), quando la Regina Giovanna I, la concesse in feudo al suo favorito Ottino Caracciolo, ma la concessione venne revocata dal Re Ferrante I d'Aragona, che levò Nicastro a Contea e la diede al suo secondo genito Federico, quando passò a nozze con Isabella del Balzo. E Federico, giunto nel 1946 al trono, volle gratificare il suo fido Marcantonio Caracciolo e lo investì del feudo di detta Città, alla quale erano state aggiunte dal padre suo Ferrante anche le terre di Sambiase, Zangarona, Feroleto e Maida. Nel 1535, reduce da Tunisi, sostò a Nicastro Carlo V. Nel 1595, Tommaso Campanella lottò a favore del Vescovo contro gli Spagnoli. Nel 1608, il feudo intero, venne venduto per 138.500 ducati, ai D'Aquino, principi di Castiglione, che lo tennero fino al 1799, quando morta l'ultima discendente, Vincenzina Maria D'Aquino Pico, senza eredi, Nicastro rientrò nel Regio Demanio. Nel 1638 Nicastro, come altre Città della Calabria, fu distrutta dal terremoto che uccise gli Ottimati, raccolti nella Chiesa di San Francesco, per la celebrazione della vigilia delle Palme. Altri gravi danni ebbe a soffrire la Città nel 1727 e nel 1782, per le alluvioni del torrente Piazza, che fece anche numerose vittime, e per il terremoto del 1873. Due Vescovi di NIcastro ascesero al Pontificato: Marcello Corvino di Montepulciano e Giovanni Antonio Facchinetto, col nome rispettivamente di Papa Marcello II e Papa Innocenzo IX. I Normanni, e propriamente dalla Contessa Amburga o Eremburga, nipote di Ruggiero, vi fecero edificare La Cattedrale, nel 110°, già distrutta dai Saraceni nel 1089. Nel 1550, Ferdinando Caracciolo, fondò il monastero dei Padri Cappuccini, sotto il titolo della Madonna dell'Assunta e degli Angeli ed i monaci vi passarono da uno ospizio che tenevano dietro la chiesa della Vetrana o Veterana, la più antica chiesa di Nicastro, come attesta lo stesso nome. Il monastero, non ebbe a soffrire danni dal terremoto del 1638 e ciò fu attribuito a miracolo di Sant'Antonio, la cui immagine si venerava su un altare della chiesa. Crebbe tanto la devozione per questo Santo, ci dice il Muraca, che vi si fece apposita cappella adorna di tredici lampade d'argento e di numerosi altri voti di valore, ed il superiore dei Cappuccini, ottenne dal Vicerè di Napoli, apposito diploma, che dichiarava Cappella Regia quella di Sant'Antonio di Nicastro. Nel 1746, Carlo Borbone, confermò la concessione e dichiarò il Santo, protettore della Città. Nel 1799, Nicastro aderì al governo repubblicano di Napoli e fece sorgere nella piazza del mercato, l'albero della libertà. Ma, all'annunzio dello sbarco del Cardinale Ruffo, la plebe, che non aveva mai visto di buon occhio i Francesi, abbattè l'albero e malmenò il vescovo ed altri del ceto elevato. Nel 1806, è ancora la plebe che partecipa all'insurrezione contro i Francesi di Giuseppe Buonaparte e, successivamente di Murat, in favore dei Borboni. Ma nel 1848 è la parte più eletta della cittadinanza che partecipa ai moti insurrezionali contro i Borboni, specie ad opera di Francesco Stocco, che riportò l'unico successo della infelice rivoluzione calabrese, nel fatto d'armi dell'Angitola. E nel 1860, doveva proprio Francesco Stocco, capitanare attraverso la nostra regione, le schiere vittoriose delle Camicie Rosse Calabresi, accorse a liberare il Regno di Napoli dal giogo Borbonico. Sant’Eufemia Sant'Eufemia, piccolo agglomerato rurale sorto dapprima intorno ai ruderi dell'Abbazia Benedettina ( già bizantina e poi normanna, distrutta dal terremoto del 1638). Gli anni Trenta costituirono un periodo di grande e positiva trasformazione socio-economica del Lametino, in virtù dell'intervento avviato con la Bonifica della Piana di Sant'Eufemia Lamezia da parte del governo fascista, coadiuvato dal consenso e dall'iniziativa economica del ceto proprietario. Uno dei maggiori protagonisti e sostenitori dell'intervento fu Luigi Razza, originario di Vivo Valentia, convinto assertore dell'essenzialità che nella Piana i villaggi nati per ospitare i coloni, talora provenienti da altre parti d'Italia, venissero uniti facendo nascere un nuovo comune. In effetti, a pochi anni di distanza, con disposizione legislativa dell'8 aprile 1935 (con decorrenza 1° gennaio 1936), nasceva Sant'Eufemia Lamezia, alla cui guida veniva chiamato Francesco Cordaro. Concepita come uno dei fiori all'occhiello dell'azione governativa fascista, Sant'Eufemia usufruì di risorse finanziarie cospicue e fu posta al centro di interventi riformatori che si espressero con pregevoli opere di architettura rurale. |
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